Nostra Domina Fortuna

Storia di Roma

Era dura tenere sotto controllo le greggi di capre e di pecore che i suoi schiavi portavano a pascolare sulla montagna fuori dall’Arx di Praeneste (attuale Palestrina, provincia di Roma). E controllare quelli che facevano il formaggio e lo portavano…

Aurea Roma

Santuario-Fortuna-Palestrina

Era dura tenere sotto controllo le greggi di capre e di pecore che i suoi schiavi portavano a pascolare sulla montagna fuori dall’Arx di Praeneste (attuale Palestrina, provincia di Roma). E controllare quelli che facevano il formaggio e lo portavano al mercato.

Ma ormai Caio Anicio Barbula la lunga vita l’aveva fatta. Aveva 55 anni. Era vecchio e acciaccato. Uno dei suoi tanti nipoti, Lucio che aveva sette anni, gli aveva chiesto di portarlo giù al Tempio, per spiegargli chi era la Dea Fortuna, a chi serviva.

La festa della Dea Fortuna

Quel giorno era l’11 di aprile ed era la festa della Dea.

Poi gli chiese cosa significasse quella scritta vecchia e sdrucita incisa sulla sua bisaccia di cuoio: NOSTRA DOMINA FORTUNA.

Lo andò a svegliare alle sette del mattino. Oggi ti porto al Tempio. Arrivarono nel cortile circondato dai portici ai piedi del teatro. Era tutto addobbato a festa. Corone di fiori e ghirlande si frutta. Tessuti purpurei listati d’oro. Oro dappertutto. Sulle statue, sulle erme. Tutti ad aspettare il loro turno per andare a chiedere alla Dea qualche cosa che interessava loro.

Erano seduti e allora il vecchio iniziò il suo racconto.

“Io sono nato a raeneste nel quattrocentottantunesimo anno dalla fondazione di Roma (274 a.C.).

Quando ebbi diciannove anni fui chiamato dalla città a far parte della centuria che doveva andare con l’Esercito Romano contro Cartagine.

Ma non ci mandarono per terra. Ci misero su una nave. Eravamo Fanti di Marina.

La città la armò ad Anzio. Eravamo ottanta. Cinque ufficiali, quindici marinai di Anzio e centottanta rematori. Era una bella trireme. Trenta rematori per tre file su i due lati. Quaranta metri di lunghezza per sei di larghezza. Era veloce ed era bella. Era la nave di Praeneste, la Nostra Domina Fortuna. Fatta con i grandi alberi delle nostre foreste.

Nel cinquecentesimo anno dalla fondazione di Roma (253 a.C.) erano consoli Gneo Servilio Cepione e Caio Sempronio Bleso, due generali spavaldi. Troppo. La nostra flotta era immensa. Duecentosessantanavi da guerra. Con la riserva più di ottantamila uomini. Tutti italici.

Ci portammo in Africa a distruggere e a razziare le città della costa. Era primavera, già faceva caldo. Facemmo un bottino immenso. Eravamo carichi di ricchezze. All’inverosimile.

Una notte poi i nocchieri delle navi che stavano davanti si fecero ingannare dal mare. Era gente di Caieta (attuale Gaeta).

Ci arenammo tutti sulla spiaggia di un’isola, Meninge.

Dovemmo aspettare che la corrente cambiasse, ma eravamo troppo pesanti. I comandanti allora ordinarono di gettare in mare il peso in eccesso. Tutto il nostro bottino!

Ripartimmo verso la Sicilia e giungemmo a Palermo. I Romani l’avevano conquistata l’anno prima. Ripartimmo subito dopo aver fatto rifornimento, passammo a nord e costeggiammo il Brutium (attuale Calabria).

Era luglio, di notte. Tutto sembrava tranquillo e tutti eravamo felici per il nostro rientro a casa. All’altezza di Capo Palinuro da terra arriva la tempesta. L’aveva scatenata Nettuno in persona. Per tre ore lampi e tuoni, e vento e acqua. Da impazzire. La Nostra Signora Fortuna ci salvò.

Da quel giorno non mi stacco più da questa sacca di cuoio con il suo nome.

Quella notte perdemmo centocinquanta navi e quarantacinquemila uomini!

Tornati a casa il Senato ci decretò anche il Trionfo.”

Finito il racconto Caio Anicio Barbula si addormentò. Per sempre. Il suo viaggio era terminato. Aveva lasciato a Lucio la sua storia. La storia di un pastore che un giorno divenne un marinaio.