Aveva tre anni più di nonna Maria. Era zio di mia madre, ma io lo chiamavo zio.
Da giovane fece la comparsa nel film “Scipione l’Africano” girato nel 1935/6.
Sotto le armi rischiava tutti i giorni di finire male, dato il suo anarchismo totale. Allora il colonnello del battaglione gli disse: “Savina, siamo sotto le armi, sotto un regime. Finirai male. Dimmi una cosa che vuoi fare e quella fai.”
“Voglio fare il trombettiere.”
“Perché hai fatto il conservatorio, suoni la tromba?”
“No. Ma voglio fare il trombettiere”.
Gli dettero una tromba e lui la suonò!
Alle manovre sulle montagne di Arezzo conobbe mio nonno Emilio. Lo presentò a sua sorella Maria e così nacque la mia famiglia.
Gli anni della guerra
Lo mandarono in Russia con l’Armir.
Lui riuscì a non morire, lo fecero prigioniero e lo portarono a Mosca. Erano alla stazione aspettando di essere spediti nei gulag in Siberia e lui suonava un organetto a bocca imitando Charlotte. Lo vide il capo della polizia di Mosca e lo portò alla moglie che lo aveva visto al cinema. Credevano fosse lui in persona. Gli dissero di restare a fare spettacoli, ma lui pretese che i suoi compagni di sventura restassero con lui e così accadde.
Li salvò tutti.
Il ritorno in Italia
Al ritorno in Italia lavorò al completamento della stazione Termini. Poi lo assunsero come netturbino del Comune di Roma. Faceva servizio in via del Tritone, con guanti e cappello. Gli diedero un alloggio popolare al Quarticciolo, una borgata Roma.
Allevava anche le papere alla Marana di San Giovanni. Una mattina per governare le papere fa tardi al lavoro. Allora lega al parafango della sua macchina due scope di saggina e risale via del Tritone zigzagando, per pulirla. Dietro di lui i corazzieri a cavallo scortavano la macchina di Giovanni Gronchi che si andava ad insediare al Quirinale come Presidente della Repubblica. Lo arrestarono, ma dopo qualche giorno il sindaco di Roma in persona, Salvatore Rebecchini, lo andò a tirare fuori da Regina Coeli.
Era una persona buona e sposò una ragazza madre del Veneto.
Nel 1969 fece 12 al totocalcio vincendo 33 milioni di lire. Si comprò i mobili di casa e poi spese tutto al Quarticciolo, offrendo mangiate e bevute a migliaia di persone.
Era così. Abilissimo ballerino e imitatore. Oggi avrebbe fatto fortuna in tv.

Passò gli ultimi anni della sua vita a San Cesareo, in provincia di Roma. Io ero adolescente. Lo chiamavano Sputnik perché parlava un finto russo.
Ogni tanto spariva per giorni e noi di famiglia lo cercavamo. Aveva tanti nipoti. Aveva una Fiat 850 e un fucile da caccia, ma non cacciava. Gli uccelletti li comprava da altri cacciatori per far vedere che li aveva presi lui. Anche i Carabinieri lo cercavano. Quando lo si trovava ci diceva.
“Perché vi preoccupate? Sono tornato dalla Russia e che non so stare nelle macchie di Rocca Priora?”
Era un grande fungaiolo e erbaiolo.
Una mattina nonna Maria lo andò a cercare a casa, ma lui non rispondeva. Scavalcò un davanzale e ruppe una finestra.
Così lo trovò. Se ne era andato sorridendo…
Grazie di avermi raccontato la Roma degli anni Cinquanta.
Ciao zio.
Emilio Ferracci


