Santa Cecilia in Trastevere indubbiamente è una delle chiese più significative di Roma, in quanto sorge sui resti di una casa romana, che secondo la tradizione altro non era che la casa stessa della santa, conosciuta sin dall’antichità come “titulus Caeciliae”, che fu anche il testimonio del suo martirio.

Infatti, nella cappella del Calidario, un armonioso ambiente tardorinascimentale ornato con stucchi e pitture relative alla vita della santa martire, vi sono tutt’oggi i resti di un antico ambiente d’epoca romana usato per bagni di vapore, nel quale, secondo la tradizione, Cecilia fu posta dai suoi aguzzini per tre giorni nel tentativo di soffocarla, ma dal quale ne uscì indenne.

Tutta la chiesa decanta le gesta di questa nobile fanciulla soprattutto nella cripta posta sotto l’altare principale, i cui ambienti vennero scoperti nel 1899 quando a detenere il titolo di Santa Cecilia era il cardinale Mariano Rampolla del Tindaro (1843-1913), segretario di stato di papa Leone XIII, che ne commissionò la trasformazione in uno stile che possiamo definire neo bizantino, con una profusione di mosaici d’oro e di colonne di granito grigio, tipico esempio dell’art noveau, per accoglie i sarcofagi di Santa Cecilia, del marito Valeriano e del fratello di questi Tiburzio, di Massimo (l’ufficiale romano al quale erano stati affidati come prigionieri ma che si convertì anch’egli) e dei papi Lucio e Urbano.

Ma chi era Cecilia?
Una giovane fanciulla appartenente ad una delle più illustri famiglie romane che nel III secolo aveva una vasta proprietà presso il Gianicolo e qui, fra agi e comodità, fu educata dai più rinomati maestri di Roma, ma che in seguito si convertì al cristianesimo diventando una delle più grandi benefattrici della Chiesa.
Secondo un testo, più letterario che storico, sarebbe stata costretta a sposare un giovane pagano, di nome Valeriano, ma durante la festa nuziale tra melodie e musiche, il suo cuore cantava lodi a Dio, al quale era stata consacrata.
Tale storia la ritroviamo magnificamente testimoniata grazie alla straordinaria maestria del Domenichino, che venne chiamato ad affrescare la seconda cappella della navata destra della chiesa di san Luigi dei Francesi, proprio con le vicende della santa romana, per le cui fattezze il pittore si ispirò alla Santa Cecilia di Raffaello, mentre per le altre figure alla statuaria classica.
Partendo dalla volta, infatti, troviamo rappresentato il momento in cui la giovane donna dopo essersi sposata rivela al marito che: “…Sappi che io sono cristiana e già da molto tempo ho consacrato a Gesù tutto il mio cuore… Egli solo è il mio sposo, e tu devi rispettare il mio corpo, perché io ho sempre vicino a me un Angelo del Signore che mi custodisce e mi difende”.

A sua volta Valeriano rispose: « Io crederò a quanto mi dici e farò quello che tu desideri, se potrò vedere questo Angelo che ti custodisce ». E Cecilia: « Nessuno può vedere l’Angelo del Signore, se non è battezzato. Va’ dunque dal santo vescovo Urbano, fatti istruire nella religione cristiana, fatti battezzare, e poi ritorna e vedrai quanto desideri ». Valeriano fece quanto la sua sposa gli aveva chiesto e la notte del matrimonio ricevette il Battesimo da papa Urbano I.
Ritornato presso di lei, entrando nella stanza, vide un Angelo di bellissimo aspetto, che teneva in mano due corone intrecciate di rose e di gigli. A tale vista Valeriano comprese che una di quelle corone era stata preparata per lui se fosse rimasto sempre fedele a Gesù Cristo.
Quindi non solo promise di custodire intatta la purezza della sua castissima sposa, ma si fece ferventissimo cristiano ed istruì e fece battezzare anche suo fratello Tiburzio.
Mentre nelle pareti laterali rappresenta: a destra, la coppia impegnata nell’opera di conversione del popolo inimicandosi così le autorità romane; a sinistra il martirio della santa per soffocamento.


In quest’opera possiamo renderci conto come la santa sopravvisse al supplizio, avvenuto nel 230 d.C., nel “calidari” della sua stessa abitazione, la sala dei vapori caldi degli ambienti termali, dove tentarono di asfissiarla con i fumi e i vapori, ma grazie all’intervento dell’angelo, accorso in suo aiuto, sopravvisse. Infatti, i soldati aperta la camera dopo un giorno e una notte trovarono la Santa sana e salva come se avesse respirata aria purissima.
Per questo motivo la condannarono in seconda istanza alla decapitazione, su ordine di Marco Aurelio, ma non fu comunque immediata la sua morte neanche in questo caso: la spada si abbatté su di lei per ben tre volte, numero di colpi d’ascia oltre la quale la legge non consentiva al boia di continuare. Rimase dunque in vita, nonostante i colpi inferti, e finché non spirò compì numerosi miracoli.
Quando la martire morì, papa Urbano I, sua guida spirituale, con i suoi diaconi, prese di notte il corpo e lo seppellì nelle catacombe di San Callisto sulla via Appia, presso la “Cripta dei Papi”, mentre fece della casa di Cecilia una chiesa.

Il corpo fu ritrovato intorno al 820 miracolosamente intatto e avvolto in una veste ricamata d’oro. Un anno dopo papa Pasquale I lo fece traslare nella chiesa a lei dedicata dove rimase fino alla riesumazione del 1599 da parte del cardinale Paolo Emilio Sfondrati. Di nuovo il corpo di Santa Cecilia fu ritrovato ancora una volta in perfetto stato di conservazione in una cassa di cipresso contenuta all’interno di un sepolcro di marmo. Dagli scritti viene ricordata “con la veste di seta intarsiata con fili d’oro, scalza, con un velo rivolto intorno ai capelli, giacendo con la faccia rivolta in terra, con li segni del sangue e di tre ferite sul collo, … e con le dita della mano destra che indicano tre (la Trinità) e della mano sinistra uno (l’Unità)… testimoniando così fino all’ultimo momento della sua vita la sua fede incrollabile in Cristo”, esattamente come la riportò in scultura Stefano Maderno.

Il fatto poi che la Santa romana tutt’oggi sia stata considerata la “patrona dei musicisti”, si spiega con un passo della leggendaria “Passione” in cui si racconta che “mentre risonava la musica, Cecilia in cuor suo cantava la sua preghiera al Signore”.
Da questa erronea lettura della Passio dal XV secolo in poi sarà sempre raffigurata con in mano o accanto agli strumenti musicali, come ben ci ricorda l’opera di Guido Reni, custodita nella seconda cappella di destra nella Chiesa di San Luigi dei francesi (altro non è che una copia fatta su ispirazione di un’opera di Raffaello).

Alessandra Antonucci


