Anche se sono passati molti anni…mi sembra ancora di sentire la voce di mio nonno che mi dice:
“sei proprio come Sant’Agostino”.
Allora non capìi cosa volesse davvero dire con quella frase…, anche perché non sapevo proprio chi fosse S. Agostino, solo molti anni dopo grazie al mio lavoro di operatore pastorale, durante il Giubileo del 2000, e poi come guida mi è stato tutto chiaro.
Da bambina mi cimentavo su cose più grandi di me…volevo risolvere i problemi dei grandi come se avessi tutte le risposte dentro di me. Una cosa del tutto illogica ed impossibile da attuare, ma ai miei occhi: “nulla era impossibile”.
Un giorno mentre svolgevo un sopralluogo nel rione S. Eustachio entrai nella chiesa di S. Agostino per studiare le opere che vi sono custodite, realizzate dai più grandi artisti del Cinquecento e Seicento (come Raffaello, Sansovino, Caravaggio, Guercino ecc.), senza rendermene conto, presa da tanta bellezza, entrai nella cappella dedicata ai SS. Agostino e Guglielmo, ed ecco che sul lato destro della cappella vedo un’immagine stupefacente…mi assalgono immediatamente i ricordi e la frase del nonno.
Si tratta della rappresentazione di “S. Agostino che medita il mistero della Trinità”, realizzata da Giovanni Lanfranco nel 1616.
In questa tela l’artista rivisita il famoso episodio delle leggende medioevali in cui si racconta che sant’Agostino, camminando sulla spiaggia tra Civitavecchia e Tarquinia, immerso in profondi pensieri perché stava componendo un suo famoso trattato sulla Trinità, ebbe la visione di un fanciullo, che con una conchiglia attingeva acqua dal mare e la trasportava in una piccola buca, scavata nella sabbia.
– Che fai bimbo? – domandò sant’Agostino.
– Voglio prendere tutta l’acqua del mare e metterla in questa buca, – rispose il bambino.
– Ma non vedi che è impossibile? Il mare è così grande e la buca così piccola!
– e allora tu, Agostino: “come puoi pensare di comprendere Dio, che è infinito, con la tua mente, che è così limitata?”.
Detto ciò, il piccolo scomparve.
Era un angelo del cielo o Gesù stesso.

In quest’opera il Lanfranco ferma il momento come se fosse lo scatto di una fotografia, ci fa immaginare il dialogo che intercorre tra i due personaggi della storia mentre in alto nel cielo dipinge la Santissima Trinità (il Padre, il Figlio e la colomba dello Spirito Santo), l’elemento di riflessione e discussione.
Infatti, l’episodio sintetizza la riflessione teologica del santo di Tagaste rispetto ad uno dei misteri più complessi del cristianesimo, quello della Trinità, al quale dedicò una delle sue opere più celebri, il “De Trinitate”.
Non so dirvi per quanto tempo rimasi nella cappella ero come pietrificata…mi sembrava che l’angelo si rivolgesse a me. Infatti, quante volte mi sono posta e ci poniamo al disopra delle cose pensando di avere tutte le risposte, ma in realtà ci siamo persi nella nostra autosufficienza, escludendo Dio dalla nostra routine quotidiana? Ormai ne ho perso il conto.
Vista così aveva ragione mio nonno, sono e siamo proprio come il Santo, con la nostra fallibilità e limitatezza, anche se lui con i suoi studi e la sua testimonianza diventerà uno dei “Dottori della Chiesa” tra i più venerati della storia cristiana, dandoci così modo, attraverso i suoi scritti, di ritrovare la via per la nostra redenzione.
Alessandra Antonucci


