Le epidemie a Roma: riflessioni sulla peste “Antonina” (166-190 d.C.)

Storia di Roma

L’idea della peste nell’antichità Nell’antichità la malattia era ritenuta una punizione divina che colpiva l’uomo quando sbagliava e le malattie epidemiche sembravano essere una delle prerogative del dio Apollo, i cui dardi erano infallibili e micidiali proprio come un contagio.…

Aurea Roma

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L’idea della peste nell’antichità

Nell’antichità la malattia era ritenuta una punizione divina che colpiva l’uomo quando sbagliava e le malattie epidemiche sembravano essere una delle prerogative del dio Apollo, i cui dardi erano infallibili e micidiali proprio come un contagio. Quello stesso Apollo che, in Asia Minore, aveva ricevuto l’epiteto di Sminteo, “sterminatore di topi” (σμίνθος, “topo”), perché aveva liberato la Troade dai topi che la infestavano. É evidente che già gli antichi dovevano aver compreso che esisteva un legame tra un vettore di malattie (il topo), la malattia stessa, e una divinità (Apollo) che la gestiva, dispensandola (quando colpiva con le sue frecce) o allontanandola (con lo sterminio dei topi).

La peste a Roma

Tito Livio racconta che durante la guerra contro i Veienti una terribile pestilenza si abbatté su Roma, in quanto gli abitanti avevano trascurato i responsi dell’oracolo di Giove che aveva raccomandato di astenersi dalle discordie e dalle rivolte: «Nisi Romani deorum voluntati oboedient, Iuppiter in Romanos etiam saevam pestilentiam mittet».

In generale per tutta l’età repubblicana le epidemie rimasero molto limitate e di breve durata.

La cosiddetta “peste antonina” invece scoppiò in modo piuttosto virulento probabilmente in quanto le guerre di espansione che l’Impero Romano affrontava portavano le legioni in luoghi lontani e spesso, sia per le condizioni igieniche sia per gli approvvigionamenti provenienti dalle navi onerarie che potevano essersi avariati, si verificarono focolai epidemici di un certo spessore a partire dalla seconda metà del II sec.d.C.

L’inizio della peste “Antonina”

L’esordio dell’epidemia si registrò in Mesopotamia quando 16 legioni romane, più diverse unità ausiliarie (complessivamente circa 200.000 uomini) al comando dell’imperatore Lucio Vero, dopo l’occupazione del Regno d’Armenia nel 163 d.C., penetrarono nel Regno Partico. Sembra che l’esplosione iniziale dell’epidemia sia avvenuta con l’entrata delle legioni in Seleucia, la cui popolazione si era arresa senza combattere e, dopo un lungo assedio, con l’occupazione della capitale, Ctesifonte, lasciata sotto un cumulo di macerie.

I primi decessi risalirebbero all’estate del 165 d.C. e si sarebbero registrati a Nisibis, poco prima della conquista di Seleucia sul Tigri. La capitolazione di questa città avvenne verso la fine del 165 d.C. ad opera del legato imperiale Avidio Cassio.

Il medico Galeno

La peste “antonina” compare anche a Roma e il celebre medico Galeno (che da Pergamo era giunto nell’Urbe nel 162 d.C. all’età di trentatré anni) forse per timore dell’ostilità dei rivali e per il primo manifestarsi della grande epidemia di peste fu indotto nel 166 d.C. ad abbandonare precipitosamente Roma per rifugiarsi nella natia Pergamo. Nel 168 d.C., con una lettera degli imperatori Marco Aurelio e Lucio Vero gli fu ordinato di raggiungere gli accampamenti di Aquileia per partecipare alla spedizione contro i Quadi e i Marcomanni.

Galeno trascorse un duro periodo invernale presso l’esercito, in cui cominciava ad infierire l’epidemia. Galeno stesso nei suoi “Scritti autobiografici” annota: «Appena fui arrivato ad Aquileia, la peste colpì come mai prima, tanto che gli imperatori fuggirono subito verso Roma con pochi soldati, mentre noi, i più numerosi, a lungo stentammo a salvarci; ma la maggior parte morì, non solo per la peste ma anche perché tutto questo accadeva in pieno inverno.

Lucio Vero ci lasciò durante il viaggio e Antonino [Marc’Aurelio] fece portare il suo corpo a Roma per celebrare l’apoteosi; poi cominciò a preparare la spedizione contro i Germani. Teneva molto a portarmi con sé»; ma riesce a convincere Marco Aurelio (adducendo la volontà del patrio dio Asclepio, forse comparsogli in sogno) a consentirgli di tornare a Roma, dove avrebbe dovuto occuparsi della salute del giovane Commodo.

Il ritorno di Galeno a Roma

A Roma Galeno lavorò in un laboratorio (2 foto del laboratorio di Galeno) a quei tempi all’avanguardia, i cui resti sono stati rinvenuti nel novembre 2019 alla profondità di cinque metri sotto il piano attuale della Basilica di Massenzio (foto della basilica di Massenzio) da un team di archeologi dell’Università La Sapienza, guidati da Domenico Palombi.

Si tratta di un edificio rettangolare, con un patio porticato e una vasca da bagno nel mezzo, diviso in una serie di stanze che fungevano da magazzino. Questo complesso possedeva anche un’imponente biblioteca, una delle più importanti dell’epoca, e nei locali dedicati alle conferenze, Galeno mostrava le sue capacità scientifiche con corsi di perfezionamento e dissezioni di animali.


A Roma scrisse un importante trattato De Theriaca ad Pisonem, indirizzato ad un certo Pisone, da identificarsi forse con Lucio Calpurnio Pisone, console nel 175 d.C., sulla preparazione di un particolare farmaco.

La theriaca e altri rimedi contro la peste

Questo farmaco (theriaca) è ottenuto dalla carne di vipera, che doveva essere bollita a lungo, fino al totale distacco della spina; poi così disfatta, veniva amalgamata con della mollica di pane e questo impasto, ridotto in forma di cilindro, veniva fatto seccare; tagliandolo, se ne ricavavano così delle “pasticche” a forma di rotelle, che venivano infine triturate e mescolate all’insieme già pronto degli altri medicamenti.

Deprehensaque est mihi vel sola in pestilenti constitutione languentibus posse succurrere, cum nullum aliud presidium tam magno malo tunc ita resistere valeat, nec immerito, cum pestis ipsa, ceu fera quaedam venenata, non paucos aliquot misere perdat, verum totas civitates depascatur. Immutat nam aerem malo quodam modo, ut nomine interficiat, qui cum non respirare non possint, contagium miseri evadere nequeunt. Attrahunt nam in se ipsos aerem illum infectum, tamquam praesentaneum aliquot venenum. Quocirca summis laudi bus proseguo admirandum Hippocratem, qui pestem illam ex Aetiopia ad Graecos venientem non alio praesidio reppulit, quam aerem purum

Faciendo, ne ab ho minibus (qualis tunc erat) infectus hauriretur. Praecepit itaque ut per totam civitatem ignis accenderetur, qui non solum e simplici materia constaret, sed bene olentes coronas, et flores haberet: talia liquide ignibus alimenta subministrari consuluit et ut unguenta quam pinguissima infunderent et id genus alia bonum odorem fundentia, ut hoc pacto cives aerem purum inspirantes, ab imminenti lue tuti forent. Ad istum modum arbitror et teriaca, tamquam ignis quidam purificans, et ipsa esset, illos quidem, qui sani adhuc ipsam biberint, non permettere, ut pestilentia prorsus capiantur: illos autem qui iam aegrotet, sanare posse, cum aeris inspirati malignitatem commutando, tum corporis temperaturam corrumpi non sinendo. Quam ob rem consulo tibi, Piso, ut partim ob has tam repentinas aeris commutationes, partim ob alias nocentium rerum causas, frequenter etiam sanus, teriaca sumas, ut exterius occrrentibus noxis corpus tuum reistat, et si quando passum aliquid fuerit, ad sanitatem facile reducatur. Nam theriaca, optimam quamdam temperaturam corporibus procurat, et in eis bonam valetudinem conservat.

Somministrandola, anche da sola, mi accade di poter soccorrere coloro che languiscono per la peste, quando non esiste nessun altro rimedio che resista a questo terribile male, e non a torto, dal momento che la peste, come una bestia avvelenata, non solo uccide molte persone, ma distrugge anche città intere. Ammorba l’aria ed uccide gli uomini, perché, non potendo resistere senza respirare, non hanno possibilità di sfuggire al contagio. Essi attraggono in sé quell’aria infetta, come un veleno ad azione istantanea; perciò io lodo sommamente l’ammirabile Ippocrate, il quale riuscì a respingere la peste, che dall’Etiopia si dirigeva verso la Grecia, purificando l’aria, perché, infetta qual’era, non fosse assorbita dagli uomini.

Fece accendere dei fuochi in tutta la città ed ordinò che non fossero alimentati soltanto con il solito materiale, ma anche con corone profumate e fiori. Provvide che i fuochi fossero così alimentati e che vi fossero versati unguenti molto grassi ed anche altre sostanze profumate, perché i cittadini potessero respirare un’aria purificata e rimanere immuni dalla pestilenza che si avvicinava. In questo modo, io penso, la teriaca, quasi fosse un fuoco purificatore, rende immuni dalla pestilenza coloro che l’hanno bevuta da sani, e può guarire quelli che sono già malati, cambiando la malignità dell’aria respirata, ed impedendo che il temperamento del corpo venga corrotto. Perciò io ti consiglio, o Pisone, di prendere frequentemente la teriaca anche da sano, un po’ per questi improvvisi mutamenti dell’aria e un po’ per altre cause che ti possono recar danno. In tal modo il tuo corpo potrà resistere alle malattie che vengono dall’esterno e, qualora dovesse sopportare qualche male, facilmente riacquisterà la salute, perché la teriaca dà ai corpi un ottimo temperamento e conserva in essi una buona salute.”

(CLAUDIO GALENO, De Theriaca ad Pisonem, testo latino, traduzione italiana ed introduzione a cura del dott. Enrico Coturri, Leo S. Olschki Editore, Firenze 1979).

Conseguenze della peste “Antonina”

La peste “antonina” durò dal 166 al 190 d.C. e comportò ripercussioni notevoli nell’economia dell’Impero: oltre alla morte dell’imperatore Marc’Aurelio a Vindobona (l’attuale Vienna) nel 180 d.C., la crisi demografica sopraggiunta con questa calamità comportò la diminuzione dei contribuenti, la decimazione nelle file dell’esercito romano (tanto che è attestata una caduta nel numero dei diplomi di congedo dei soldati tra il 167 e il 180 d.C.), la diminuzione di manodopera nelle campagne, nelle miniere, cioè per tutti quei lavori che necessitavano di abbondante forza lavoro. La scarsità di metallo portò di conseguenza ad una riduzione drastica dell’emissione monetaria sia a Roma (nella capitale fu particolarmente netta nel 167 d.C) sia in altre parti dell’Impero, come in Egitto.

A cura della prof.ssa Paola Puppo