La passione antiquaria a Roma inizia dopo la presa di Siracusa nel 212 a.C., quando il console vittorioso Marcello, come scrive Plutarco (Vita di Marcello, 21), prende con sé “la maggior parte e le più belle opere d’arte che si trovavano a Siracusa come offerte votive per esibirle nel proprio trionfo e per abbellire l’Urbe. Prima di allora Roma non possedeva né conosceva nessuno di quegli oggetti lussuosi e raffinati, né si compiaceva di grazia e di eleganza, ma era piena di armi barbariche e di spoglie insanguinate e coronata di monumenti trionfali e di trofei, e non era uno spettacolo lieto e rassicurante, adatto a visitatori timidi e delicati […]. Perciò Marcello acquistò più fama presso il popolo, avendo arricchito la città di uno spettacolo di piacevolezza, di grazia ellenica e di svariati fonti di attrattiva; ma fra i più anziani era maggiormente apprezzato Fabio Massimo. Infatti egli non rimosse né portò via nulla di simile da Taranto, dopo la presa di questa città: prese tutte le ricchezze e il denaro, ma lasciò al loro posto le statue, dicendo – stando a quanto si tramanda – ‘lasciamo ai Tarantini questi loro dèi adirati’. Si rimproverava infatti a Marcello in primo luogo di aver esposto Roma all’invidia non solo degli uomini ma anche degli dèi, che vi aveva condotto, per così dire, come prigionieri da far sfilare nel suo trionfo; e secondariamente di aver reso un popolo abituato a combattere e a coltivare la terra, ignaro di mollezze frivolezze e come l’Eracle di Euripide ‘schietto, rude, ma buono per grandi imprese’, amante dell’ozio e delle chiacchiere; di averlo portato a disquisire di arte e di artisti, passando in ciò buona parte della giornata. Tuttavia Marcello di tutto questo si gloriava anche davanti ai Greci, dicendo che aveva insegnato ai Romani ciò che prima ignoravano, cioè ad apprezzare e ad ammirare le bellezze e le meraviglie della Grecia”.
Da questo momento l’afflusso di opere d’arte greche a Roma è incessante: statue in marmo e in bronzo, vasi cesellati di grande raffinatezza arrivano dopo la vittoria di Tito Quinzio Flaminino su Filippo di Macedonia nel 194 a.C.; altri tesori giungono dopo la vittoria di Lucio Scipione Asiatico (il fratello dell’Africano) su Antioco III di Siria nel 188 a.C., tra cui ben 134 statue di divinità, che sostituiscono i simulacri di legno e terracotta che ancora si trovano nei templi di Roma. Due anni dopo, in occasione del ritorno trionfale di Gneo Manlio Vulsone dalla campagna d’Asia, i Romani vedono tavole e mense preziose, triclini riccamente decorati, vesti sontuose.
Nuovi tesori, tra cui 285 statue di bronzo e 230 di marmo, arrivano da Ambracia nel 187 a.C., al seguito di Marco Fulvio Nobiliore, vincitore degli Etoli.
Il trionfo di Lucio Emilio Paolo su Perseo di Macedonia, nel 168 a.C. dura tre giorni, e la prima giornata basta appena a esporre le statue, i dipinti e i colossi presi al nemico, trasportati su 250 carri. Altri originali greci sono acquisiti da Quinto Cecilio Metello nella sua campagna vittoriosa contro la Macedonia del 146 a.C., tra cui il celebre gruppo di Alessandro e i suoi compagni alla battaglia del Granico, opera di Lisippo[1].
Statue e altri manufatti artistici arrivano anche dalla vinta Cartagine nel 146 a.C., da Corinto dopo la presa della città ad opera di Lucio Mummio sempre nel 146 a.C.
Il gusto per l’arte greca, la sua bellezza ed armonia, è rafforzato dalla costante opera intellettuale portata avanti dal Circolo degli Scipioni, quel gruppo letterario nato dall’illuminata mente di Scipione Emiliano, elogiato dallo stesso Cicerone in un passo del Laelius de amicitia: Saepe enim excellentiae quaedam sunt, qualis erat Scipionis in nostro, ut ita dicam, grege” (“Spesso infatti ci sono certe personalità superiori, quale era quella di Scipione, nel nostro, per così dire, gregge”).
Fu grazie alla circolazione e all’afflusso dei prodotti più pregiati dell’arte greca che si determinò quella moda tipicamente romana di copiare gli originali greci culminata nella scuola neoattica di Atene.
Cicerone ama la Grecia: da giovane, fra il 79 e il 77 a.C., ha viaggiato in Grecia e in Asia, a Rodi, ha risieduto ad Atene[2] ed ha perciò una conoscenza diretta di monumenti ed opere d’arte, acuita dall’esperienza della questura in Sicilia nel 75 a.C., durante la quale il suo interesse per l’antichità, per i monumenti, per le grandi figure del passato lo spingono a cercare la tomba del grande Archimede a Siracusa, riuscendo ad identificarla grazie all’epigramma a lui noto dalla tradizione, che nominava una sfera ed un cilindro sopra alla tomba (Tusculanae disputationes V 23, 64-66).
Ha certamente ampie conoscenze sulla teoria dell’arte e l’estetica greche, oltre a conoscere perfettamente la lingua greca, come si evince ad esempio da un appunto, ovvero dalla richiesta di studiare attentamente i documenti relativi alle scorrettezze commesse da un liberto nei conti della vendita dei beni del tirannicida crotoniate (Ad Att. 6, 4).
Inoltre era molto legato in amicizia a T. Pomponio Attico, avveduto affarista, che fu il suo agente sul mercato di Atene soprattutto negli anni tra il 68 e il 65 a.C. Già ben prima del 68 a.C. Attico aveva investito la maggior parte delle sue sostanze in vaste tenute in Epiro, dove si era costruito anche una grande casa fortificata a Butrinto, ricca di opere d’arte acquistate in Grecia, delle quali, all’occasione, sapeva fare conveniente traffico e l’aveva chiamata Amaltea, dal nome della capra o della ninfa che allattò Giove. Scrive Cicerone all’amico Attico (Ad Att. I,5 par. 7, novembre 68): Epiroticam emptionem gaudeo tibi placere. Quae tibi mandavi, et quae tu intelleges convenire nostro Tuscolano velim, ut scribis, cures, quod sine molestia tua facere poteris. Nam nos ex omnibus molestiis et laboribus uno illo in loco conquiescimus. (“Sono contento di saperti soddisfatto dei tuoi acquisti in Epiro. Quello di cui ti ho incaricato e quello che tu comprendi sia adatto al nostro Tuscolano vorrei, come scrivi, che te ne occupassi, se lo potrai fare senza disturbo. Infatti è quello l’unico posto in cui ci riposiamo da tutte le preoccupazioni e da tutte le fatiche”)[3].
Nella lettera Ad Att. I, 6, redatta dopo il 23 novembre del 68 a.C., leggiamo di nuovo la richiesta all’amico Attico di procurare ornamenta per il ginnasio: Haec habebam fere quae te scire velle. Tu velim, si qua ornamenta γυμνασιωδη reperire poteris quae loci sint eius quem tu non ignoras, ne praetermittas. Nos Tusculano ita delectamur ut nobismet ipsis tum denique cum illo venimus placeamus. Quid agas omnibus de rebus et quid acturus sis fac nos quam diligentissime certiores.
“All’incirca queste sono le novità che vorrei che tu sapessi[4]. Vorrei che tu potessi trovare qualche oggetto artistico di cui si può fornire un ginnasio, che siano adatti al luogo che tu conosci, non lasciartelo sfuggire. Il fatto è che sono così attratto dal Tusculano che mi sento finalmente in pace soltanto quando sono arrivato là[5]. Informami, il più scrupolosamente possibile, di tutto quello che fai in ogni campo e di ciò che hai intenzione di fare.”
E’ evidente che Cicerone ha grande stima del gusto dell’amico e delle sue capacità di procacciare opere che possano dare risalto artistico alla sua dimora preferita, la villa ad Tusculanum, acquistata durante la sua edilità nel 69 a.C.,[6] ma anche per decorare il giardino della villa di Gaeta. Tale concetto è ribadito nella lettera redatta prima del 13 febbraio 67 (Ad Att. I, 7): Tu velim ea quae nobis emisse te et parasse scribis des operam ut quam primum habeamus. Et velim cogites, id quod mihi pollicitus es, quem ad modum bibliothecam nobis conficere possis. Omnem spem delectationis nostrae, quam cum in otium venerimus habere volumus, in tua humanitate positam habemus.

“Vorrei che mi facessi avere quanto prima quelle cose che tu mi scrivi avere comprato e tenuto pronte. E vorrei che tu pensassi, come mi hai promesso, di poterti occupare in qualche modo di una biblioteca per me. Ho riposto ogni speranza di mio diletto, che voglia avere quando sono in ozio, nella tua cortesia”.
Il gusto per l’arte in Cicerone è genuino, puro, onesto: egli detestava le ruberie perpetrate ai danni dei territori governati dai propretori romani ed il suo governatorato della Cilicia è ricordato per l’integrità dimostrata nel portare avanti il compito affidatogli. [7]
Sono famose le orazioni In Verrem nelle quali denuncia gli illeciti del propretore della provincia di Sicilia, Verre, il quale decorò la sua dimora romana requisendo ingiustamente le collezioni di notabili siciliani, come quelle di Heius a Messina, contenenti statue di Prassitele, Mirone, Policleto, e di Diocle Popilio a Lilibeo (Marsala)[8], ma non risparmiò nemmeno gli arredi dai santuari di Malta e Siracusa[9].
Cicerone si trova ad affermare che in Sicilia ”quelle guide che solevano condurre i forestieri a vedere le opere d’arte illustrandole singolarmente, soprannominati mistagoghi, ora avevano dovuto cambiare il sistema della visita. Mentre infatti prima facevano vedere tutto quello che vi si trovava, invece ora mostrano tutto quello che da ogni parte è stato portato via” (In Verrem act., II, IV, 57, 126).
Oltre a ciò Cicerone contestava la dispersione del patrimonio artistico in tempo di guerra.
Il desiderio di possedere un’opera greca per Cicerone non serve a dimostrare la propria ricchezza, il proprio potere di un uomo proveniente dalla provincia che si è arricchito (come nel caso di Verre o dell’opulento Trimalchione che si compiace di mostrare nel suo banchetto la quantità di argenteria da lui posseduta come Petronio descrive perfettamente nel Satyricon), ma rientra nel concetto di decor, termine latino che indica ciò che è conveniente, sia dal punto di vista sociale che dei valori estetici. Il possesso e l’esibizione delle opere d’arte greche contribuiva ad evidenziare il rango sociale certamente, ma l’interiorizzazione della cultura consentiva anche di apprezzarne il piacere estetico. Cicerone è quindi interessato alla collocazione delle opere d’arte nella villa di Tuscolo e in quella di Gaeta, ma solo per offrire un’adeguata cornice ai momenti di riposo dedicati all’attività intellettuale. Nelle statue greche, nel loro equilibrio ed armonia, nella loro rassicurante staticità, egli intravedeva un baluardo per la salvaguardia di un sistema di valori e di immagini che si andava sempre più disfacendo (non a caso Cicerone vive nel periodo della tarda repubblica e nel giro di pochi anni si arriverà al principato di Augusto e quindi alla definitiva fine dell’epoca repubblicana). Infatti quando Fadio Gallo gli acquista delle Baccanti, la reazione di Cicerone è di indignazione (Ad Fam. VII, 23, datata dicembre del 46 a.C.): “Ignaro come sei della mia normale condotta, hai comprato queste quattro o cinque statue ad un prezzo che non sarei disposto a pagare per tutte le statue del mondo. Tu paragoni queste Baccanti alle Muse di Metello. Ma dove sta la somiglianza? E poi anche quelle Muse io non le avrei mai giudicate degne di una somma del genere, e tutte e nove le Muse sarebbero state d’accordo con me. Ma quello sarebbe stato pur sempre un acquisto adatto alla mia biblioteca e conforme ai miei interessi. Per delle Baccanti, invece, dov’è il posto a casa mia ? “Ma sono davvero carine”. Le conosco bene e le ho viste spesso. Ma per delle statue che conosco ti avrei dato disposizioni precise, se fossi stato d’accordo. Perché, quando compro delle statue, è per adornare parte della mia palestra sul modello dei ginnasi. Ma una statua di Marte che ci sta a fare con un fautore della pace come me ? Sono contento poi che non ci fosse nessuna statua di Saturno; infatti avrei ritenuto che queste due statue fossero state la causa dei miei debiti.” Da persona integerrima com’è, Cicerone comunque non rifiuta gli acquisti fatti anche se non sono aderenti al suo gusto: “E tuttavia gli acquisti che scrivi di aver fatto non solo li accetterò, ma me li renderò anche bene accetti: mi rendo perfettamente conto che hai obbedito alla tua devozione e, ancor più, al tuo affetto comprando i pezzi che ti sono piaciuti (ti ho sempre stimato del resto persona di gusto assai fine in ogni tuo giudizio) perché li ritenevi degni di me. Vorrei però che Damasippo[10] non cambiasse opinione: perché, francamente, non ho bisogno di nessuno dei pezzi che hai acquistato.” Anche i trapezofori che Fadio Gallo ha acquistato per Cicerone non interessano al nostro, che con la stessa cifra avrebbe preferito comprare un alloggio a Terracina, località lungo la via Appia dove spesso si ferma nel viaggio verso la villa di Gaeta, per non essere di disturbo a chi lo ospita. Dal confronto che Cicerone fa, si desume che questi sostegni per tavolo da mensa fossero non in marmo, ma in bronzo, dal momento che il loro valore corrisponde all’acquisto di un alloggio a Terracina.
Se anche in questo caso i trapezofori non interessano a Cicerone, tuttavia il nostro doveva aver dotato anche la villa del Tuscolano di prezioso vasellame d’argento, il cosiddetto ministerium, composto dall’argentum potorium (pocula, kanthari, scyphi, brocche, colini, ecc.) e dall’argentum escarium (paterae, patellae, i grandi piatti da portata), e di oggetti che abbellivano e decoravano la tavola imbandita (i candelabri, le statuette)[11].
Nella lettera Ad Att. I, 8, datata Febbraio 67, Cicerone informa l’amico Attico che ha pagato Lucio Cincio 20.400 sesterzi per le statue di Megara, come Attico gli aveva scritto. Gi interessano molto inoltre i “tuoi busti di Mercurio di marmo pentelico con teste in bronzo, di cui mi avevi scritto”. “Perciò io vorrei sia quelli (i busti), sia le statue e tutto il resto che ti sembreranno degne di quel luogo (la biblioteca), della nostra passione, del tuo buongusto, e soprattutto quelle che ti sembreranno degne del ginnasio e del viale alberato. Sono infatti così preso dalla passione per cose di questo genere da essere degno del tuo aiuto e della approvazione altrui. Se non ci sarà la nave di Lentulo, mettile su quella che preferisci.”
- Cincio HS CCIƆƆ CCIƆƆ CCCC pro signis Megaricis, ut tu ad me scripseras, curavi. Hermae tui Pentelici cum capitibus aeneis, de quibus ad me scripsisti, iam nunc me admodum delectant. Quare velim et eos et signa et cetera, quae tibi eius loci et nostri studii et tuae elegantiae esse videbuntur, quam plurima quam primumque mittas, et maxime quae tibi gymnasii xystique videbuntur esse. Nam in eo genere sic studio efferimur, ut abs te adiuvandi, ab aLus prope reprehendendi simus. Si Lentuli navis non erit, quo tibi placebit, imponito. […]
Uno o due mesi dopo le statue di Megara non sono ancora arrivate (Ad Att. I 9, 2). Cicerone, che si trova a Roma, scrive all’amico Attico (siamo a Marzo o Aprile del 67): [….] Signa Megarica et Hermas, de quibus ad me scripsisti, vehementer exspecto. Quicquid eiusdem generis habebis, dignum Academia tibi quod videbitur, ne dubitaris mittere et arcae nostrae confidito. Genus hoc est voluptatis meae; quae gymnasiode maxime sunt, ea quaero. Lentulus naves suas pollicetur. Peto abs te, ut haec diligenter cures. Thyillus te rogat et ego eius rogatu Eymolpidon patria.
Cicerone sta aspettando con ansia le statue megariche e le Erme di cui gli aveva scritto in precedenza l’amico Attico. Chiede inoltre di comprare ed inviare qualunque cosa abbia in futuro dello stesso genere, degno dell’Academia (quella parte della villa di Tuscolo che era stata creata come un porticato con colonne, come l’Accademia di Platone ad Atene). Ribadisce che cerca solo cose per il gymnasium, questo è il genere di piacere (voluptas) per lui. Inoltre in questa lettera troviamo una nota interessante relativa al trasporto di queste statue: Lentulus naves suas pollicetur. “Lentulo le trasporterà con le sue navi”.
Poi emerge la preoccupazione di Cicerone: Peto abs te, ut haec diligenter cures “Ti chiedo di curare diligentemente queste cose”. L’accenno al trasporto con le navi porta alla mente il famoso relitto di Mahdia, trovato nelle acque di Tunisi nel 1908, carico di oggetti d’arte, marmi e statue in bronzo, proveniente da Atene e diretto a Roma, testimonianza del commercio antiquario dell’inizio del I sec.a.C.[12]
Nella lettera I.10, 3, datata maggio 67, Cicerone si trova nella sua villa a Tuscolo e scrive all’amico Attico a Roma: Signa nostra et Hermeraclas, ut scribis, cum commodissime poteris, velim imponas, et si quod aliud oikeion eius loci, quem non ignoras, reperies, et maxime quae tibi palaestrae gymnasiique videbuntur esse. Etenim ibi sedens haec ad te scribebam, ut me locus ipse admoneret. Praeterea tibi mando, quos in tectorio atrioli possim includere, et putealia sigillata duo. Bibliothecam tuam cave cuiquam des pondeas, quamvis acrem amatorem inveneris; nam ego omnes meas vindemiolas eo reservo, ut illud subsidium senectuti parem.⁅…⁆
“Fammi spedire, quando la cosa non ti procurerà disturbo, le statue acquistate per me e i doppi busti di Ermes ed Eracle, come mi scrivi, e aggiungi pure ogni altro oggetto artistico (oikeion) che troverai, e soprattutto le cose che ti sembreranno essere adatte ad una palestra e al ginnasio, dove appunto me ne sto seduto mentre ti scrivo, cosicché il luogo stesso mi ci fa pensare. Inoltre ti incarico di procurarmi dei bassorilievi che io possa accuratamente assicurare al rivestimento di stucco dell’atrio secondario e due parapetti scolpiti. Abbi cura della tua biblioteca e non darla a chiunque tu pensi, anche se dovessi trovare un amatore convinto; infatti io sto riservando tutti i miei piccoli risparmi per farne un sostegno della vecchiaia⁅…⁆”.
In un’altra lettera datata luglio 67 a.C. (Ad Att. I, 11), ritorna la preoccupazione di avere le statue ordinate per l’Academia: ⁅…⁆ tu velim quae Academiae nostrae parasti, quam primum mittas. Mire quam illius loci non modo usus est sed etiam cogitatio delectat. Libros vero tuos cave cuiquam tradas; nobis eos, quem ad modum scribis, conserva. “Vorrei che tu mi mandassi quanto prima possibile tutto ciò che hai preparato per la nostra Academia. E’ meraviglioso quanto mi dia piacere non solo l’uso, ma perfino il pensiero di quel luogo. Guardati veramente dal dare i tuoi libri a chiunque; conservali per me, come tu mi scrivi”.
Alla fine del 67 a.C. le statue sono finalmente sbarcate a Gaeta (Ad Att. I.3 par. 2): Nos hic te ad mensem Ianuariam exspectamus ex quodam rumore an ex litteris tuis ad alios missis; nam ad me de eo nihil scripsisti. Signa quae nobis curasti, ea sunt ad Caietam exposita. Nos ea non vidimus; neque enim exeundi Roma potestas nobis fuit. Missimus qui pro vectura solveret. Te multum amamus quod ea abs te diligenter parvoque curata sunt.
“Io ti aspetto qui per il mese di gennaio, dando retta ad una voce che tu mandasti dalle tue lettere ad altri; infatti a me non hai scritto nulla di ciò. Le statue che mi hai procurato sono state sbarcate a Gaeta. Non le ho ancora viste; infatti non ho avuto la possibilità di allontanarmi da Roma. Ho mandato un incaricato per pagare le spese di trasporto. A te sono molto riconoscente per avermele procurate diligentemente e a poco prezzo.”
Nella lettera Ad Fam. I, 4, datata alla prima metà del 66 a.C. Cicerone comunica ad Attico: Quod ad me de Hermathena scribis, per mihi gratum est. Est ornamentum Academiae proprium meae, quod et Hermes commune omnium et Minerva singulare est insigne eius gymnasii. Quare velim, ut scribis, ceteris quoque rebus quam plurimis eum locum ornes. Quae mihi antea signa misisti, ea non dum vidi; in Formiano sunt, quo ego nunc proficisci cogitabam. Illa omnia in Tusculanum deportabo. Caietam, si quando abundare coepero, ornabo. Libros tuos conserva et noli desperare eos me meos facere posse. Quod si adsequor, supero Crassum divitiis atque omnium vicos et prata contemno.
“Ciò che mi scrivi riguardo all’Ermatena[13] mi è molto gradito. E’ l’oggetto artistico proprio per la mia Academia, per il fatto che se Ermes è comune per tutti, Minerva è singolare ed insigne per quel ginnasio. Perciò vorrei che tu, come scrivi, ornassi quel luogo con il maggior numero di altri oggetti. Le statue che mi hai mandato precedentemente, non le ho ancora viste; sono nella villa di Formia, verso dove io ora pensavo di andare. Le porterò tutte nella villa di Tuscolo. Ornerò la villa di Gaeta, quando comincerò ad avere più soldi. Conserva i tuoi libri e abbi fiducia che possa diventarne io l’acquirente. Se raggiungo questo traguardo, vincerò Crasso nelle ricchezze e disprezzerò tutte le proprietà fondiarie e i prati.”

L’Hermathena è finalmente giunta e nella lettera Ad Att. I. I, redatta prima del 17 luglio 65 a.C., con grande entusiasmo conclude l’epistola con due brevi frasi: Hermathena tua valde me delectat et posita ita belle est ut totum gymnasium eius άναθημα videatur. Multum te amamus.
“La tua Hermathena mi piace tantissimo e messa lì ci sta benissimo tanto che tutto il ginnasio sembra un ‘anathema’”, ovvero il ginnasio stesso, con la presenza di questa statua, agli occhi di Cicerone è diventato un’offerta votiva alla divinità. Non è solo con l’amico Attico che Cicerone parla di statue ma anche con il fratello Quinto come testimonia un passo dell’Epistula Ad Quintum fratrem III, 1 par. 6: Topiarium laudavi: ita omnia convestivit hedera, qua basim villae, qua intercolumnia ambulationis, ut denique illi palliati topiariam facere videantur et hederam vendere (“Ho lodato il giardiniere che ha ammantato tutto di edera così bene, dalla base agli intercolumni, che quelle statue con il mantello sembrano far parte del giardinaggio e di voler vendere l’edera”). Questa breve testimonianza che emerge tra le righe in una lettera al fratello Quinto (incentrata su altre questioni, la lontananza del fratello, impegnato in Britannia al seguito di Cesare) ci rivela anche un aspetto particolare delle motivazioni che hanno spinto Cicerone a collezionare statue e busti: per lui l’opera d’arte deve essere integrata nell’ambiente del giardino, del parco, della villa, e non deve essere lo sfoggio fine a se stesso della ricchezza accumulata, né deve porsi in termini prevaricatori nei confronti della natura. E’ un tipo di collezionismo e di arredo che richiama l’armonia, la classicità, l’amoenitas che hanno caratterizzato le dimore della fine dell’Ottocento (come la villa San Michele del medico svedese Axel Munthe ad Anacapri) per arrivare fino ai nostri giorni con l’esempio eclatante della collezione Gori inserita nel contesto della Fattoria di Celle a Santomato di Pistoia.
Concludiamo questo percorso tra i mirabilia di Cicerone purtroppo con una nota triste: tre anni prima della morte del grande oratore, egli deve affrontare un dolore immenso per un padre, la perdita della figlia, l’adorata Tullia (da lui affettuosamente chiamata Tulliola), avvenuta nel 45 a.C. probabilmente per parto. Cicerone scrive all’amico Attico (Ad Att. XII, 36) mettendolo al corrente del fatto che sta cercando un luogo adatto alla costruzione di un fanum, un sepolcro, in memoria della figlia. La scelta del fanum ha un valore aggiuntivo rispetto al sepulchrum: in quanto edificio sacro garantirebbe infatti maggiore protezione al monumento, invece un sepolcro semplice sarebbe più facilmente esposto a violazioni.
Si trattava probabilmente di un tempietto o di una edicola, al cui interno la defunta sarebbe stata raffigurata nella forma greca dell’apoteosi, ritratta nelle vesti di una divinità.
Dopo aver pensato, in un primo momento alla villa di Tuscolo, l’oratore inizia a chiedere all’amico di procurargli un posto più vicino alla città, ovvero un hortus, in grado di garantire non solo una posizione panoramica, ma anche un frequente passaggio di visitatori (Ad Att. XII, 37). Cicerone dichiara di voler rendere immortale la figlia omni genere monimentorum ab omnium ingeniis sumptorum et Graecorum et Latinorum, selezionando la migliore arte a disposizione, ma non sappiamo di quali opere si trattasse. Nella lettera Ad Att. XII, 18 fa riferimento ad un artista Cluatius, del quale approva il progetto e in quella successiva (Ad Att. XII, 19) ordina ad Attico di incaricare subito Apella di Chio di pensare alle colonne e lo invita ad accelerare la costruzione del fanum, del quale spera di vedere la realizzazione entro l’estate. Ma anche di questo monumento come delle statue che decoravano la villa di Tuscolo ci rimangono solo le testimonianze letterarie. Allo stato attuale non è stato rinvenuto nessun documento materiale che con certezza si possa attribuire alla proprietà dell’oratore.
Paola Puppo
[1] Fabbrini, Il collezionismo nel mondo romano. Dall’età degli Scipioni a Cicerone, in “Maecenas. Studi sul mondo classico”, I, gennaio 2001, pp. 13-45.
[2] In uno dei numerosi viaggi sappiamo che arriva ad esempio ad Atene il 14 ottobre 50 a.C. (Ad Att.7, 1.1).
[3] Veniamo a conoscenza, da una lettera datata 20 ottobre 58 a.C. (Ad Att. 3, 20), che Attico aveva ereditato da uno zio una villa con silva (un boschetto) non sontuoso ma noto per la sua amoenitas sul Quirinale (la cosiddetta Domus Tampiliana, posta tra il tempio di Salus e quello di Quirinus all’angolo del Clivio Salutatis e Alta Semita, Ad Att. 4, 1-4).
[4] Anche la morte del padre avvenuta il 23 novembre del 68 a.C.
[5] Da notare l’uso del pluralis maiestatis: Cicerone usa sempre il pronome della prima persona plurale per riferirsi alla sua persona.
[6] Per questa villa egli intende costruire in ginnasio, una biblioteca e annessa a questa, anche un Liceo in onore di Aristotele (De Divinat. , I, 8: In Tusculano Lyceum superiori gymnasio nomen est; ibid. II, 8: In biblioteca quae in Lyceo est adsedimus.)
[7] Attico chiede a Cicerone di riflettere bene sulla convenienza per Cicerone di costruire un portico nell’Accademia di Atene, mentre Appio non riflette punto su quello di Eleusi: Me tamen de Academiae propilw (in greco) iubes cogitare, cum iam Appius de Eleusine non cogitet.
[8] Sul sacrario di Heius a Messina, si veda G. Zimmer, Das Sacrarium des C. Heius, «Gymnasium», 96,1989, pp. 493-520.
[9] Sull’elenco degli oggetti d’arte di cui si era appropriato indebitamente Verre, si rinvia all’esauriente articolo di M. Paoletti, Verre, gli argenti e la cupiditas di un collezionista, Atti delle Quarte Giornate di Studi Internazionali sull’Area Elima, Erice 1-4 dicembre 2000, Pisa 2003, pp. 999-1027.
[10] Noto antiquario, menzionato anche da Orazio (Hor. Sat. 2,3,64).
[11] M. E. Micheli, Il servizio della tavola, il ministerium: argentum escarium, argentum potorium, in L. Pinzio Biroli Stefanelli, L’argento dei Romani. Vasellame da tavola e d’apparato, Roma 1991, pp. 111-249.
[12] F. Baratte, La trouvaille de Mahdia et la circulation des œuvres d’art en Méditerranée, in Carthage, l’histoire, sa trace et son écho, éd. Alif, Tunis 1995, pp. 210-248.
[13] Ermathena è un pilastro ad erma con i busti –ritratto di Ermes da un lato e dall’altro Atena.


