Oggi parlerò di un personaggio leggendario, ma verissimo, che ai giorni nostri suscita simpatia, ma che in passato suscitava paura, molta paura.
Ultimamente ho parlato del Marchese del Grillo (qui il post completo sul Marchese), il film del 1981. Una delle scene più caratteristiche era quella dell’esecuzione di Don Bastiano “er prete matto”, amico del Marchese. Nella scena è stato usato uno dei sonetti di G. G. Belli “Er Ricordo”.
La “Giustizia”, ovvero l’esecuzione a morte nello Stato Pontificio
Si descrive una delle usanze più antiche del Popolo Romano, la “Giustizia”, cioè l’esecuzione a morte.
Lo Stato Pontificio era uno Stato e aveva la pena di morte. Prima del 1810, veniva eseguita per decapitazione con un’accettata, poi con la ghigliottina o per impiccagione e squartamento, oppure per mazzolatura.
Roba raccapricciante oggi, ma fino al 1870 molto in auge. E dovete pensare che questi erano spettacoli veri e propri, aventi uno scopo “educativo”, soprattutto per i bambini. I genitori vi portavano i figli maschi e al momento dell’esecuzione davano loro uno schiaffone, per far ricordare loro la fine che avrebbero fatto se non avessero filato dritto.
Chi era Mastro Titta
Per 68 anni lo Stato Pontificio si avvalse di un vero professionista, Giovan Battista Bugatti, detto Mastro Titta. Divenne così famoso che il suo nomignolo prese il significato di “boia”, sia prima che dopo di lui.
Mastro Titta era nato a Senigallia nel 1779 e morì a Roma nel 1869. Di mestiere era verniciatore e riparatore di ombrelli. Era basso, tracagnotto e gioviale. Ma era il boia. Il boia di Roma.
Dal 1796 fino al 1864, anno della pensione, fu il “maestro di giustizie” dello Stato Pontificio. Come si vede nel film “Il Machese del Grillo”, quando eseguiva le sentenze indossava un grande mantello con un cappuccio color scarlatto. Il mantello originale di “Mastro Titta” e altri suoi cimeli sono conservati oggi al Museo Criminologico in via Giulia a Roma.

Mastro Titta nella cultura romana
Due modi di dire romaneschi prendono le mosse da Mastro Titta:
“Boia nun passa Ponte”
e
“Mastro Titta passa Ponte”.
Il primo significa che ognuno deve stare al suo posto, il secondo che qualcuno avrebbe perso la “capoccia”, cioè la testa.
Questo perchè Mastro Titta abitava e lavorava in vicolo del Campanile dietro S. Maria in Traspontina, vicino la Basilica di San Pietro, e gli era vietato di passare ponte S. Angelo per andare in centro perché poteva essere fatto oggetto di “ attentati”.
Quando però doveva andare a fare delle esecuzioni passava il ponte! I luoghi più usati erano Piazza del Popolo, Campo dei Fiori, via dei Cerchi o Piazza del Velabro, come nel film del Marchese del Grillo.
Il condannato a morte che era chiamato “il Paziente”, passava la notte prima dell’esecuzione in S. Maria della Consolazione, tra il Foro Romano e il Foro Boario, assistito dalla Confraternita della Misericordia che aveva base nella chiesa di S. Giovanni Decollato. Poi all’alba arrivava il boia, che si era confessato e comunicato.
Influenze di Mastro Titta
Pensate che oltre al Belli anche Lord Byron nel 1817 e Charles Dickens nel 1844 descrissero le “giustizie” di Mastro Titta.
In “Rugantino” poi, il grande Aldo Fabrizi ha fatto diventare Mastro Titta più simpatico del dovuto. Pensate che quest’uomo compilò un “Taccuino” che si è conservato, con l’elenco delle 514 “giustizie” da lui eseguite e descritte nei minimi particolari.
Pensate che Mastro Titta prima di tagliargli la testa si fermava a conversare con il “Paziente” e gli offriva prese di tabacco o qualche bicchiere di vino.
Tempi tremendi è vero, agghiaccianti. Ma Roma è stata anche questo.
Il Belli, nostro grande Padre ce li ricorda ne “Er Dilettante de Ponte” e ne “Er Ricordo”.
Er dilettante de Ponte
Viengheno: attenti: la funzione è llesta.
Ecco cor collo iggnudo e ttrittichente
er prim’omo dell’opera, er pazziente,
l’asso a ccoppe, er ziggnore de la festa.
E ecco er professore che sse presta
a sserví da scirúsico a la ggente
pe ttré cquadrini, e a tutti ggentirmente
je cura er male der dolor de testa.
Ma nnò a mman manca, nò: ll’antro a mman dritta.
Quello ar ziconno posto è ll’ajjutante.
La proscedenza aspetta a Mmastro Titta.
Volete inzeggnà a mmé cchi ffà la capa?
Io cqua nun manco mai: sò ffreguentante;
e er boia lo conosco com’er Papa.
– Giuseppe Gioacchino Belli, 29 Agosto 1835
Er Ricordo
Er giorno che impiccorno Gammardella
io m’ero propio allora accresimato.
Me pare mó, ch’er zàntolo a mmercato
me pagò un zartapicchio e ’na sciammella.
Mi’ padre pijjò ppoi la carrettella,
ma pprima vorze gode l’impiccato:
e mme tieneva in arto inarberato
discenno: «Va’ la forca cuant’è bbella!»
Tutt’a un tempo ar paziente Mastro Titta
j’appoggiò un carcio in culo, e Ttata a mmene
un schiaffone a la guancia de mandritta.
«Pijja», me disse, «e aricordete bbene
che sta fine medema sce sta scritta
pe mmill’antri che ssò mmejjo de tene».
– Giuseppe Gioacchino Belli, 29 Settembre 1830


