Guarda caso in questo momento di estrema incertezza… con le voci insistenti di una guerra imminente … ricorre il ricordo liturgico di una “Santa” straordinaria… “Margherita da Cortona”.
La sua vita, fin dalla tenera età, è stata accompagnata dalla sofferenza. A soli otto anni dovrà affrontare la morte della madre e inseguito subire i maltrattamenti della matrigna. All’età di diciott’anni si innamorerà di Arsenio, un nobile di Montepulciano, col quale fuggirà attratta dalla promessa di matrimonio….. Fino qui sembra di leggere la storia di Cenerentola, ma purtroppo non è così …. Per lei non ci fu il lieto fine: “e tutti vissero felici e contenti”, a causa dell’opposizione della famiglia di lui, che non si placò neanche dopo la nascita di loro figlio…. E soprattutto degenerò nove anni più tardi con la morte misteriosa dell’amato.
A questo punto lei cerca di rientrare in famiglia, perché i parenti di Arsenio non la accettano, ma nemmeno il padre, su istigazione della matrigna, l’accoglie. Saranno i frati Minori che le tenderanno una mano ammettendola al Terz’Ordine francescano, dandole così modo di iniziare il suo cammino di conversione e di dura penitenza come terziaria francescana, venendo però al tempo stesso gratificata da rivelazioni e da estasi, che le permetteranno di riconciliare molti suoi concittadini. Morì nel 1297, a soli cinquant’anni, in odore di santità.
A Roma vi sono svariate chiese costruite e gestite dai francescani, una delle più affascinanti a livello storico/artistico, ma soprattutto, emblema della città è “Santa Maria in Aracoeli”. E proprio qui nel 1729 il cardinale Pietro Marcellino Corradini, datario di Benedetto XIII, con il beneplacito dei Boccapaduli, restaurò la cappella di questi dedicata inizialmente a S. Bartolomeo, per consacrarla a Santa Margherita da Cortona, della quale aveva sostenuto la causa di canonizzazione avvenuta il 16 maggio 1728.
In questo luogo, quindi, troviamo memoria della Santa grazie ai due dipinti di Marco Benefial (Roma 1684 – ivi 1764):
uno rappresenta S. Margherita che ritrova il corpo di Arsenio, considerato il capolavoro del pittore romano (mentre il bozzetto è conservato nella Galleria Nazionale d’Arte Antica a Palazzo Barberini), che lo eseguì insieme al pendant raffigurante la Morte di santa Margherita.

La scena raffigura, infatti, la santa in un bosco guidata dal suo cagnolino mentre ritrova il corpo senza vita di Arsenio, episodio questo che la porterà a dedicare la sua vita alla penitenza. Per questo motivo il cagnolino, strumento indiretto della sua conversione, diverrà il suo attributo iconografico.
Inoltre, a colpire immediatamente l’attenzione dello spettatore è l’eleganza dell’abito della giovane donna, chiara allusione della vita di agi e dissolutezza che visse per nove anni con il nobile Arsenio, e la cromaticità dei colori.
Colori che si ricollegano alla tradizione dei Carracci ma al tempo stesso fanno da sfondo a un forte e appassionato naturalismo.

Ma pochi sanno che anche nella Pinacoteca Vaticana vi è conservato un quadro di “Santa Margherita da Cortona in preghiera”, opera del Guercino (Cento, 1591 – Bologna, 1666), splendido esempio di pittura barocca che rappresenta la Santa in estasi al cospetto di due putti alati, realizzato in origine per la Chiesa dei Cappuccini di Cesena nel 1648.
Ma com’è giunta in questo luogo? Possiamo dire che la sua storia ha un che di rocambolesco:
“Ai tempi di Napoleone il dipinto deteneva lo status giuridico intoccabile di ‘proprietà privata’. Questo lo salvò dall’avidità dei francesi e gli permise di rimanere custodito gelosamente a Cesena, nascosto nelle stanze del Palazzo Ghini fino al 1841. A questo punto, della Santa Margherita si perdono le tracce. In un testo del 1865, si parla ancora della tela cesenate perché venduta dalla famiglia Ghini ad un antiquario romano, Vito Enei nell’anno 1863 (?)”e, una volta giunta nella Capitale, l’opera pervenne nelle collezioni di Pio IX per poi confluire nella raccolta della Pinacoteca Vaticana, dove è tuttora custodita…”
Si tratta di un’opera dall’impianto tradizionalissimo che si rifà ad analoghe composizioni del Guercino del periodo tardo, dove l’artista usa modelli compositivi più lineari e “classici”, che danno il senso dell’austerità morale e della devozione, stile questo che verrà ripreso da allievi ed imitatori.
Nella tela, infatti, emerge in primo piano, la santa inginocchiata in una sala a colonne, con un lontano sfondo di paesaggio, rivestita del consueto saio francescano, con un piccolo teschio attaccato al rosario che le cinge la vita.
Qui il Guercino menziona gli elementi distintivi che la tradizione devota le riferisce, strettamente connessi alle vicende della sua vita, ma rivisitati in maniera originale.
La rappresenta in abiti francescani poiché fu terziaria dell’Ordine, raccolta in meditazione a ricordo del suo periodo di penitenza e di mortificazione. Inoltre, in diretta relazione con questo periodo di espiazione, menziona il crocifisso sul quale ella meditava la Passione di Cristo e in virtù del quale ebbe a ricevere grazie straordinarie, e il teschio, come ricordo dell’improvvisa e violenta morte dell’uomo per amore del quale ella aveva abbandonato Dio, monito costante della precarietà dell’esistenza umana: qui rappresentati dal rosario che le cinge la vita. Gli angeli, invece, sono gli eterni testimoni delle sue visioni.

Alla penitenza e conversione…seguirà poi la consapevolezza del dono della “scrutazione dei cuori“, grazie al quale Margherita avrà la capacità di riappacificare gli animi da rancori, litigi e astio, con la sola forza della parola e della preghiera.
L’intera opera altro non è che un immagine stereotipata della “Preghiera della Pace” che salva.
Alessandra Antonucci


