Oggi parlo di questo acquedotto che mi affascinò sin da bambino, perché le sorgenti sono nel territorio del mio paese (San Cesareo in provincia di Roma).
Dalla caduta dell’Impero Romano non furono più costruiti acquedotti a Roma e quelli antichi furono distrutti e abbandonati, così le zone alte come Esquilino e Quirinale rimasero senza acqua e si inselvatichirono. Nel medioevo c’erano solo chiese e monasteri in mezzo a boschi e il canale costruito dal papa Callisto II nel 1122.
La costruzione del Palazzo del Quirinale
Quando nel XVI secolo le famiglie papali iniziarono a costruirsi sui due colli di cui sopra ville di “otium” necessitavano di acqua. Fu per la costruzione del Palazzo del Quirinale soprattutto che i papi decisero l’impresa. Fu infatti Gregorio XIII Boncompagni che iniziò la progettazione che però proseguiva a rilento.

Quando divenne papa Felice Peretti, Sisto V, il giorno stesso dell’intronizzazione emanò la bolla per terminare i lavori dell’acquedotto che prese il suo nome, Felice. Per ben due volte si recò sul luogo delle sorgenti per controllare i lavori e risiedette nel Convento dei Cappuccini di Santa Maria a Zagarolo, ospite dei Colonna.
Il primo architetto, Matteo Bartolani
Infatti la questione delle sorgenti fu complicata. Il primo architetto, Matteo Bartolani da Città di Castello, sbagliò la captazione dell’acqua. Per risparmiare usarono molti archi e materiale edilizio dell’Acqua Claudia e dell’Acqua Marcia, le cui sorgenti erano sopra Tivoli mentre per le sorgenti usarono quelle dell’acqua Alexandrina che stavano a Pantano Borghese. Così il livello fu sbagliato, ma se ne accorsero solò quando il papa andò ad inaugurare l’acquedotto. L’acqua partì verso Roma, ma poi tornò indietro!
Immaginatevi Papa Sisto! Per poco non faceva tagliare la testa all’architetto!
Il lavoro di Giovanni Fontana
Così, dietro consiglio di Domenico Fontana, fu chiamato Giovanni Fontana, suo fratello maggiore, esperto di questioni idriche che capì il problema e andò a cercare nuove vene d’acqua più a monte, allacciando soprattutto cunicoli romani di cui è piena la zona. Poi riunì questi cunicoli in un bottino sotto a un colle e da lì fece partire un solo grande collettore che portò acqua alla vecchia sorgente e così l’acqua poté giungere a Roma.

Ci sono due archi con iscrizioni a Porta Furba e a Termini e poi la Fontana Terminale detta del Moseaccio che raccontano la storia di questo mitico acquedotto che determinò la rinascita urbanistica della Roma moderna. Fu terminato nel 1587.

Le aggiunte del 1600
Nei primi anni del ‘600 poi per portare acqua a nuove fontane vennero aggiunte acque dal Monte Falcone che si trova nel comune di Monte Compatri. L’acqua, passando sul Ponte di Santa Maria, Ponte Rotto, giungeva anche nel Trastevere, prima della costruzione dell’acqua Paola la cui Fontana fu realizzata sempre da Giovanni Fontana che era divenuto un monaco Domenicano.
Tanti anni fa, da ragazzo, passeggiando nel bosco dietro al Convento a Zagarolo vidi una piccola edicola. Pensate era il luogo dove tutte le mattine di recava papa Sisto V a pregare.


