Le emissioni monetali di Costantino I dopo la battaglia di Ponte Milvio

Storia di Roma

Costantino è stato definito la «Sfinge della storia» in riferimento alla testa colossale conservata a Palazzo dei Conservatori a Roma (Vogt), l’artefice della seconda rivoluzione romana (la prima rivoluzione della storia romana si è avuta con Augusto che ha determinato…

Aurea Roma

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Costantino è stato definito la «Sfinge della storia» in riferimento alla testa colossale conservata a Palazzo dei Conservatori a Roma (Vogt), l’artefice della seconda rivoluzione romana (la prima rivoluzione della storia romana si è avuta con Augusto che ha determinato il passaggio dalla repubblica al principato nel I secolo a.C.), l’uomo che ha segnato la svolta dell’impero con la sua adesione al cristianesimo, datata dalla storiografia cristiana all’ottobre del 312, colui che ha cambiato il cammino della storia.

É evidente che la conversione di Costantino resta una vexata quaestio sulla quale ancora incombe il noto giudizio di Burchkardt, secondo il quale Costantino è stato un uomo geniale a cui “l’ambizione e la smania di dominio non concedono un momento di requie” e per il quale “non è il caso di parlare di cristianesimo o paganesimo”, in quanto un uomo simile è sostanzialmente areligioso. 

La Conversione di Costantino

La “conversione “ di Costantino non si evidenzia in un momento preciso, ma si configura piuttosto come un processo continuo e graduale culminato con il battesimo alla fine della vita. Il primo stadio di tale “conversione” graduale sarebbe rappresentato dalla rinuncia alle divinità pagane esplicata palesemente dalla rinuncia di Costantino a salire al Campidoglio per offrire il sacrificio a Giove Ottimo Massimo, in seguito alla vittoria su Massenzio il 28 ottobre 312. Secondo Eusebio di Cesarea, consigliere e biografo di Costantino,  questo processo di conversione ha un inizio e una fine: l’inizio

coincide con la guerra che Costantino ha combattuto contro Massenzio ed è ancorato ad una rivelazione divina considerata fondamento della vittoria, che gli avrebbe fatto prendere la risoluzione di scegliere per sé e per l’impero la protezione del Dio dei cristiani, e la conclusione è sancita dal battesimo ricevuto sul letto di morte il 22 maggio del 337 a Nicomedia, con il quale Costantino entra di fatto nella comunità cristiana. 

Il simbolismo monetario dopo la battaglia di Ponte Milvio

Costantino evidenziò la liberazione della capitale da Massenzio con la nuova tipologia monetale recante la legenda LIBERATORI URBIS SVAE e RESTITVTOR VRBIS SVAE e l’immagine della fronte del tempio di Roma, di solito mostrato esastilo, con le quattro colonne centrali omesse per rivelare la statua cultuale dentro.

Nel simbolismo monetario degli anni immediatamente successivi all’editto di Milano (313 d.C.) non si trova traccia del radicale mutamento di posizione verificatosi negli ambienti ufficiali dell’impero nei confronti dell’elemento cristiano: Costantino continua ad utilizzare (seguendo la tradizione del padre Costanzo) l’immagine del Sole nelle numerose serie di folles, coniati sin verso il 320 d.C., con una legenda di stampo pagano (Soli Invicto Comiti). Ma accanto a questa monetazione ne esiste anche una che ritrae l’imperatore nimbato come su cinque monete d’oro, di cui quattro coniate nel 315 a Ticinum, la zecca principale, e la quinta a Siscia in Serbia nel 316.

Lo sviluppo verso una lettura in chiave cristiana del ritratto nimbato è avvenuto in modo graduale e naturale: la tolleranza religiosa fu concepita come una conseguenza della sua vittoria a Ponte Milvio e dell’incontro a Milano. Il nimbo oltrepassò il limite tra l’impero pagano e l’impero cristiano e l’arte cristiana traspose l’iconografia profana o mondana ai soggetti religiosi cristiani come testimonia il Cristo Pantokrator nimbato dell’affresco eseguito intorno al 350 nelle catacombe di Domitilla. 

Il passaggio verso il riconoscimento della religione cristiana sulle monete

Il passaggio verso il riconoscimento della religione cristiana come religione di stato non avviene in modo plateale: nelle monete non figurano mai accenni espliciti alla nuova religione dilagante, né tanto meno alla visione celeste. La croce presente sugli scudi dei suoi soldati nella famosa battaglia del 312 era un semplice segno grafico per contrassegnare le armate fedeli a Costantino. 

I medaglioni con il monogramma di Cristo

Nella zecca di Pavia (Ticinum) nel 315 viene coniato un medaglione d’argento in cui il monogramma   di Cristo era riprodotto sopra l’elmo piumato dell’imperatore: si tratta comunque di un oggetto particolare, coniato in occasione dei festeggiamenti per i decennali di Costantino e che era destinato quindi ad una circolazione limitata. Infatti gli esemplari coniati in puro argento e relativamente pesanti non erano in alcun modo mezzi regolari di pagamento, ma venivano consegnati a dignitari civili e militari quali regali in metallo nobile allo stesso modo di quanto avveniva successivamente con i miliarenses.

Di questo tipo di medaglione restano solo tre esemplari (uno a Vienna, uno a Leningrado e uno a Monaco); la tipologia del diritto si ricollega ad una tradizione iconografica preesistente: il tipo dell’imperatore a mezzo busto, di tre quarti a sinistra, con scudo e cavallo, era già noto ad esempio dai medaglioni di Probo e di Massimiano Erculeo, suocero di Costantino. E’ proprio ai medaglioni di quest’ultimo che sembra riallacciarsi più direttamente il disegno del medaglione costantiniano, sia per  la resa prospettica del busto e del braccio destro che stringe le redini del cavallo sia per le proporzioni ridotte del cavallo rispetto alla figura dell’imperatore, sia per il preciso ritorno del tema della lupa che allatta i gemelli sullo scudo, presente in entrambi i medaglioni, in quello di Massimiano Erculeo e in quello di Costantino, segnando il legame con Roma e con la nascita dell’Impero romano.

Su questo schema di base, l’incisore ha innestato due elementi nuovi, simbolici del trionfo dell’imperatore di cui si celebravano allora i decennali: l’elmo gemmato ed una croce. Ma all’aquila vittoriosa, normalmente incisa nella gemma incastonata sulla fronte dell’elmo imperiale, si è sostituito un nuovo simbolo di vittoria, il monogramma di Cristo, quello stesso segno cioè al quale Costantino, alla vigilia di Ponte Milvio, aveva legato le sue fortune ordinando ai suoi soldati di tracciarlo sugli scudi. L’artista che ha preparato il modello per il medaglione di Ticinum, oltre a porre in capo all’imperatore vittorioso l’elmo gemmato ed a farne ruotare di un quarto la testa, in modo da rendere visibile la gemma con cristogramma, ha aggiunto al di sopra della spalla sinistra di Costantino un secondo elemento che completava e ribadiva il concetto già espresso dalla gemma con cristogramma: una croce affine al simbolo egizio della vita, segno ben noto in tutto il territorio dell’impero grazie all’enorme diffusione assunta in quell’epoca dai culti orientali. Potrebbe trattarsi invece di uno scettro e quindi un riferimento allo scettro strappato a Massenzio, a ribadire con forza la vittoria su Massenzio e la nuova politica di tolleranza religiosa espressa con l’Editto di Milano del 313. 

Lo scettro di Massenzio

Nel 2005 sono venuti alla luce i tre esemplari  attribuiti a Massenzio alle pendici nord-orientali del Palatino, in una fossa ricavata in un ambiente seminterrato all’interno di strutture attribuibili alla Domus Aurea. Attualmente esposti in una sala sotterranea del Museo di Palazzo Massimo a Roma, si presentano uno decorato con due iridescenti sfere di vetro verde chiaro, un secondo realizzato nel prezioso e raro oricalco (simile al moderno ottone) e in ferro, legno e oro, terminante in un calice di foglie e coronato da una sfera di vetro verde scuro, il terzo coronato da una sfera di calcedonio azzurro che doveva essere sormontata dall’immagine dell’aquila romana o da quella della Vittoria, simboli del potere.

Proprio in quegli stessi anni a Roma, nel foro, si inaugurava una statua colossale di Costantino che, a detta delle fonti contemporanee, cioè di Eusebio (Hist. Eccles., IX, 9°, 10), recava in mano il “trofeo della passione salvifica”, il “segno salutare” in forma di croce. Il rovescio del medaglione mostra una scena di adlocutio con la scritta SALVS REIPVBLICAE. Peraltro l’Arco decretatogli dal senato romano dopo la sua vittoria su Massenzio (terminato nel 315 d.C.) ricevette una decorazione figurata corrispondente alla concezione pagana del senato, che vide nel Sole invitto il dio protettore dell’imperatore e sull’arco non compaiono segni cristiani: l’iscrizione diplomatica che ascrive la vittoria ad un’ispirazione della divinità poteva non risultare sgradita al mondo cristiano.

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Paola Puppo