Oggi la Chiesa ricorda l’evento noto come “l’Ascensione” di Cristo al Cielo. In base a quanto narrato dal Nuovo Testamento si tratterebbe dell’ultimo episodio della vita terrena di Gesù: questi, quaranta giorni dopo la sua morte e resurrezione, è asceso al cielo.
Questa ricorrenza viene celebrata in tutte le confessioni cristiane e, insieme alla Pasqua e alla Pentecoste, è una delle solennità più importanti del calendario ecclesiastico. Gli Evangelisti non raccontano l’Ascensione di Cristo pertanto, se si escludono gli accenni di Marco e Luca per esaltare la figura di Cristo alla fine della sua missione terrena, l’unica descrizione dettagliata dell’evento lo ritroviamo negli Atti degli Apostoli (1,9-12). Narrano, infatti, gli Atti degli Apostoli che Gesù, dopo la Resurrezione, apparve vivo agli Apostoli per quaranta giorni. L’ultimo giorno, mentre si trovavano sul monte Oliveto, egli ascese al cielo e una nuvola lo avvolse e lo nascose ai loro occhi. Anche gli apocrifi, e in particolare il Vangelo di Nicodemo, si limitano a dire che alla vista del loro Maestro che saliva al cielo, i discepoli si misero a pregare.
La festa ha dato luogo ad innumerevoli riti, pratiche e credenze, il cui comune denominatore è legato all’essere essenzialmente un giorno di benedizione e purificazione. Infatti, tra le pratiche liturgiche dell’Ascensione vi erano la pioggia di petali di rosa dall’alto della chiesa, la benedizione dei nuovi frutti (in particolare delle fave) fatta durante la messa e la cerimonia, ancora in vigore, dello spegnimento del cero pasquale. Ma ben più suggestive erano le credenze popolari. Trattandosi di un giorno di purificazione, grande importanza veniva data alle acque. Infatti si riteneva che alla mezzanotte in punto un angelo le benedicesse, dando loro un potere miracoloso.
Per quanto riguarda l’iconografia, quella più antica, abbastanza vicina a quella della Resurrezione, della Trasfigurazione e della Pentecoste, presenta elementi comuni al tema classico delle apoteosi, cioè l’elevazione agli onori divini degli imperatori, ponendo l’accento sull’aspetto divino di Cristo e sul Monte degli Ulivi quale reminiscenza dell’Olimpo. Le prime immagini di tale rappresentazione risalgono alla fine del IV secolo: ne è un chiaro esempio l’immagine di una tavoletta di avorio, forse di provenienza dell’Italia settentrionale, conservata al Bayerisches Museum di Monaco.

Nella tavoletta Cristo è raffigurato nella parte destra in alto nell’atto di salire il declivio di un monte e quasi sta spiccando un salto verso il cielo, mentre la mano di Dio dalle nuvole gli afferra un braccio per sollevarlo in cielo. La struttura della scena della tavoletta nei vari momenti – la custodia del sepolcro, l’annuncio dell’angelo nella visita delle donne e la salita di Gesù al Padre – suggerisce di leggere il movimento dell’Ascensione quale aspetto dell’unico evento della Pasqua del Signore. Ben diversa è invece l’originalissima immagine che troviamo rappresentata sulla porta lignea di Santa Sabina in Roma, del V secolo, dove vediamo Cristo sollevato sul monte da due angeli e, sotto, quattro apostoli che guardano sbalorditi la scena insieme alla Vergine, cosa abbastanza inconsueta. Difatti la presenza di Maria non è ricordata in nessun testo, né canonico, né apocrifo; gli Atti non fanno alcun accenno alla presenza di Maria nella prima comunità cristiana, se non dopo questo evento, tanto che la sua immagine, in atteggiamento di preghiera, verrà introdotta solo in un secondo momento per la sua stretta correlazione temporale con la Pentecoste e come personificazione della Chiesa, che assiste alla glorificazione del Salvatore.

Nei secoli passati questo tema venne affrontato dai pittori più importanti della scena artistica italiana ed europea, ognuno con un modo tutto suo di interpretare l’evento, ma è a Roma che alla fine del Quattrocento sarà Melozzo da Forlì a dar vita ad una delle opere più singolari dell’Ascensione. Non tutti sanno, infatti, che venne chiamato a dipingere, ad affresco, tale soggetto nel catino absidale della Chiesa dei Santi Apostoli a Roma, dal cardinale Giuliano della Rovere, futuro papa Giulio II (pontefice dal 1503 al 1513). L’opera rimase nella sua ubicazione originaria fino al 1711, quando l’abside venne distrutta per rimodernare l’edificio e allora la pittura fu staccata e divisa in sedici parti, delle quali quattordici sono oggi conservate nella Pinacoteca Vaticana (i cosiddetti Santi e Angeli musicanti), una al Palazzo del Quirinale (Gesù in Ascensione), presso lo scalone d’onore e l’ultima al Museo del Prado di Madrid.
L’artista realizza un capolavoro di movimento e prospettiva raffigurando il Salvatore, con un audacissimo scorcio dal basso in alto, che si innalza verso il cielo circondato dagli Apostoli e da angeli musicanti di straordinaria bellezza.
Con Melozzo la “bellezza” divina, da trascendente che era stata, si fa “umana”, con ciò senza ridurre la misura del sacro ma innalzandolo a più vera e vicina risonanza. Lo spettacolo dell’affresco ancora integro, campeggiante nella volta dell’abside dei Santi Apostoli, doveva di necessità offrire uno stordimento emotivo. Infatti, il “ trasporto” emotivo che provocò tra i contemporanei non lasciò indifferenti artisti quali il Perugino, Filippino Lippi e lo stesso Michelangelo.

Lo stesso Giuseppe Melchiorri, socio ordinario della Pontificia Accademia Romana, nell’adunanza del 2 gennaio 1854, così proferiva:
«In quella volta delineò Melozzo e colorì l’ascensione del Signore, in modo tale e con tanta maestria, da lasciar dopo di sé lunga fama di tanto valore. Era in quella grandiosa scena figurato il Redentore in atto di salire al cielo, attorniato dagli angioli, che parte gli facevano corteggio e parte mostravano di rendere più delizioso il beato momento col suono di musicali istrumenti».

La più segreta e vera gloria di Melozzo quindi sono i famosissimi Angeli musicanti. Doveva trattarsi di un gruppo composto da diversi elementi, ciascuno dotato di uno strumento musicale differente e, esattamente: tre liuti, un triangolo, un tamburo, una ribeca, un cembalo, un mandolino,
una viola e forse anche un organo portatile, secondo i costumi dell’epoca. Questa particolare attenzione per la musica sicuramente si deve alla liturgia francescana, officiata nella basilica, che usava la musica come mezzo di persuasione, emozione ed elevazione spirituale verso Dio. Infatti, non era ancora mai accaduto che un così “fastoso” complesso orchestrale avesse avuto modo di esibirsi in cielo nella solennità del momento in cui gli angeli accompagnano il ritorno a casa del loro Signore.
Alessandra Antonucci


