La centenaria Garbatella ci accoglie tranquilla, è la sua festa. Ci ospita per una passeggiata tra i saliscendi dei suoi pittoreschi vicoli, tra un lotto e l’altro. Di lotti ve ne sono ben 62.
Il primo nucleo agglomerato
Iniziamo la nostra camminata dal lotto 5, uno dei primi realizzati, che si affaccia su piazza Benedetto Brin, dove una lapide murata al lato dell’ arco d’ingresso ci ricorda la posa della prima pietra avvenuta il 18 febbraio 1920 per mano di Vittorio Emanuele III.

Gli edifici dei primi lotti costruiti ospitavano famiglie di lavoratori, che avevano a disposizione in genere due camere, una cucina ed un minuscolo bagno. Alcuni erano stati progettati come veri e propri villini, persino con un giardinetto privato, pensati proprio a misura d’uomo, per gli “artefici del rinascimento economico della capitale” come recita la lapide inaugurale.
La Garbatella negli anni ’30
In seguito, negli anni ’30, il progetto edilizio fu ampliato per dare nuove abitazioni agli ‘sfollati’ che avevano dovuto abbandonare i propri alloggi a causa delle ben note demolizioni avvenute in quegli anni nel centro città.
Si cammina sempre con il naso all’insù tra i villini e i caseggiati di grandi dimensioni alla ricerca, sugli intonaci ormai sbiaditi, di particolari decorativi: volute, loggette, stucchi che simulano frammenti di antiche sculture, busti che si affacciano da finte finestre simili ad oblò, o semplici targhe con la sigla ICP (Istituto Case Popolari), in un misto di stili che richiamano tutte le epoche. Sui tetti i comignoli sono dei veri e propri sfizi architettonici.

Entriamo in un lotto e passeggiando tra i vialetti osserviamo il verde dei giardini, i campetti un tempo usati dai bambini per i loro giochi all’aperto, le aree con gli stenditoi comuni, ancora adesso in uso.
In origine, ora non più, per motivi di decoro era vietato stendere i panni sotto le finestre: era compito del portiere di ogni lotto far rispettare tra le tante questa regola, come anche l’ora del silenzio nel primo pomeriggio, quando ai bambini era vietato giocare e fare chiasso, perché era l’ora della sacrosanta pennichella.

Mi piacerebbe vivere qui, anche adesso!


