Il Natale a Roma ai tempi di Giuseppe Gioacchino Belli

Storia di Roma

Anni fa seguivo l’Accademia Giuseppe Gioachino Belli. In una città così tentacolare,  ma piena all’inverosimile di arte e di bellezza, era come avere una bombola di ossigeno culturale che non ti fa dimenticare quello che era la Roma Papalina, che…

Aurea Roma

natale a roma

Anni fa seguivo l’Accademia Giuseppe Gioachino Belli. In una città così tentacolare,  ma piena all’inverosimile di arte e di bellezza, era come avere una bombola di ossigeno culturale che non ti fa dimenticare quello che era la Roma Papalina, che tutti abbiamo ammirato nel film Il Marchese del Grillo, il cui soggetto fu scritto dal mio carissimo amico Bernardino Zapponi.

Oggi molti si vantano di essere Romani, ma se va bene sono marchigiani o abruzzesi. Quand’anche uno mi dice che è Romano gli faccio leggere un sonetto del Belli. Se lo sa sciogliere bene altrimenti… solo il 5% ci riesce!

Giuseppe Gioacchino Belli

Dunque il nostro poeta nacque a Roma da una famiglia benestante, anche se caduta in disgrazia finanziaria per la morte del capofamiglia. Il Nostro dovette iniziare a lavorare presto. Un anno lo passò come computista, cioè ragioniere, dell’Eccellentissima Casa Rospigliosi Pallavicini nel palazzo sul Colle Quirinale.

Poi ad un certo punto il nostro si sposò. Bene, come si diceva a Roma. Una ricca vedova più anziana di lui. Andò a vivere nel Palazzo Poli a Fontana di Trevi e visse amministrando i beni della moglie.

Quindi si siede a scrivere quel Monumento di più di 2000 sonetti nella lingua Romanesca cioè del popolo. Non in Romano. Lui era Romano e parlava Romano. Tutti i giorni girava, osservava, imparava le tradizioni Romanesche e poi le metteva in versi.

E per fare questo copiò un suo conoscente… milanese. Sì signori, milanese. Carlo Porta.

Ora che il Natale si avvicina voglio ricordare questo formidabile sonetto sulla cena della vigilia e di Natale. A Roma il vero pranzo di Natale è quello della Cena della Vigilia.

Il Natale a Roma

Un giorno una giornalista del Corriere della Sera voleva da me un menù tradizionale romanesco di Natale. E lo voleva del Natale in tempo di crisi! Io risposi che non era possibile perché per Natale a Roma anche i più poveri mangiavano bene. Questo perché risparmiavano per mesi e mesi ma Natale era NATALE.

La vigilia (cioè la sera del 24 dicembre) non potevano mancare le pietanze di magro, cioè di pesce, il giorno di Natale, il 25 dicembre, non poteva mancare l’abbacchio, non poteva mancare il vino buono.

Dunque seguiamo il Sor Eustachio che si mette ad osservare il portone di un Romano benestante il giorno della Vigilia. Cosa vedrà entrare?

Torrone, caviale, maiale, pollo, cappone, vino delle proprie vigne.

Tacchino, abbacchio, olive dolci, pesce del lago di Fogliano. Olio, tonno e anguilla di Comacchio.

E poi Belli termina con il solito sarcasmo pungente sulla grande devozione del popolo Romano che si esplicita a… tavola!

Dunque le pietanze di pesce sono per la Viglia.

Caviale per le tartine di antipasto, tonno per gli spaghetti al tonno. Pesce di Fogliano, lago nelle pianure Pontine da dove veniva pesce di eccellenza. E poi l’anguilla e cioè il capitone di Comacchio. Ricordo ancora mia nonna Maria che finché nonno Emilio è stato in vita ogni Natale comprava  una latta con il capitone di Comacchio. Lo cucinava ma non lo mangiava. Nessuno lo mangiava. Solo nonno Emilio. Se non lo mangiava non era Natale.

E poi tutte le carni con cui fare le paste farcite e da mangiare in preparazioni tradizionali. Il pollo, il cappone, l’abbacchio e il maiale. Non c’era manzo. La cui carne non era molto usata prima dell’arrivo degli americani.

E poi l’olio e il vino di proprietà e il torrone. Questo era il pranzo della vigilia e del Natale nella Roma che fu.

Io ringrazio Dio di aver “spizzato” negli anni ‘70 questo mondo.

La Viggija de Natale

Ustacchio,  la viggija de Natale
tu mmettete de guardia sur portone
de quarche mmonziggnore o ccardinale,
e vvederai entrà sta priscissione.

     Mo entra una cassetta de torrone,
mo entra un barilozzo de caviale,
mo er porco, mo er pollastro, mo er cappone,
e mmo er fiasco de vino padronale.

Poi entra er gallinaccio, poi l’abbacchio,
l’oliva dorce, er pesce de Fojjano,
l’ojjo, er tonno, e l’inguilla de Comacchio.

Inzomma, inzino a nnotte, a mmano a mmano,
tu llí tt’accorgerai, padron Ustacchio,
cuant’è ddivoto er popolo romano.

Roma, 30 Novembre 1832 – Der Medemo