Nell’ottobre 1301 Dante Alighieri è inviato dal Comune di Firenze a Roma in una ambasceria a Bonifacio VIII per diramare la questione delle lotte tra Bianchi e Neri (questi ultimi appoggiati dal papa); due dei tre ambasciatori fiorentini sono congedati poco dopo per riferire a Firenze le volontà del papa, Dante è invece trattenuto, evidentemente per impedire che possa adoperarsi per far fallire il piano affidato a Carlo di Valois, che entra a Firenze il 1° novembre e favorisce l’ascesa al potere dei Neri.
La vendetta dei vincitori (Guelfi Neri) contro i Guelfi Bianchi (a cui Dante apparteneva) non tarda a farsi sentire: il podestà Cante de’ Gabrielli da Gubbio lo accusa di baratteria, opposizione al papa, concussione.
Il 27 gennaio 1302, forse mentre è sulla via del ritorno da Roma, è condannato in contumacia a due anni di confino, all’interdizione a vita dai pubblici uffici e al pagamento di cinquemila fiorini.
Il 10 marzo, non essendosi presentato a pagare la penale e a difendersi, la pena si inasprisce nella condanna al rogo con altri quattordici imputati.
Il rapporto di Dante con Roma
Per Dante inizia la dolorosa esperienza dell’esilio durata per tutta la vita. Al di là delle sue vicende biografiche, quel che a noi interessa ora è il suo rapporto con la città di Roma. Dante visita accuratamente la Roma del 1300, conosce a fondo diversi suoi monumenti, e di questa approfondita conoscenza abbiamo diverse testimonianze nella sua opera più importante, la Divina Commedia ed in particolare nelle cantiche dell’Inferno e del Purgatorio.
Ha stima della grandezza antica di Roma, segue infatti la tradizione che voleva che il “voi” fosse stato usato per la prima volta a Roma per salutare Cesare vincitore (Par. XVI, v. 10: «Dal ‘voi’ che prima a Roma s’offeríe») ma ritiene la parlata romana tristiloquium e giudica il volgare romano tra i peggiori: Nec mirum cum etiam morum habitumque deformitate precunctis videantur fetere (il che non meraviglia, dato che anche quanto a bruttura di abitudini e fogge esteriori appaiono i più fetidi di tutti), (De Vulgari Eloquentia, I, XI).
Dai monumenti di Roma tuttavia il nostro sommo poeta trae ispirazione, tanto da collocare l’imperatore Traiano, un pagano, nel Paradiso nel cielo di Giove tra le anime dei principi giusti (canto XX). Verso Traiano Dante ha una notevole stima: probabilmente rimase colpito dalla leggenda, assai diffusa nel Medioevo, in base alla quale papa Gregorio Magno, venuto a conoscenza di un atto di umiltà e giustizia compiuto dall’imperatore pagano, pregò intensamente per la sua salvezza fino ad ottenerla.
Il canto X del Purgatorio
Ma già nel canto X del Purgatorio Dante aveva mostrato di aver visitato l’Arco di Costantino e di averlo analizzato nei particolari delle sue formelle decorative. Infatti nella prima cornice del Purgatorio, Dante e Virgilio devono salire lungo un sentiero angusto su per la montagna e sul lato destro la parete di marmo candido è adorna di intagli, di rilievi. Quello che a noi interessa qui è il terzo rilievo (Purg. X, vv. 73-93), dove è raffigurata la leggenda della vedova che chiede giustizia per il figlio ucciso all’imperatore Traiano, rappresentato a cavallo, prima che questi parta per la campagna dacica. Inizialmente l’imperatore si schermisce, poi, di fronte alle insistenze della donna, accetta di rimandare la partenza e di fare il suo dovere.
Quiv’ era storiata l’alta gloria
del roman principato, il cui valore
mosse Gregorio a la sua gran vittoria;
i’ dico di Traiano imperatore;
ed una vedovella li era al freno,
di lagrime atteggiata e di dolore.
Intorno a lui parea calcato e pieno
di cavalieri, e l’aguglie ne l’oro
sovr’essi in vista al vento si movieno.
La miserella intra tutti costoro
pareva dicer: «Segnor, fammi vendetta
di mio figliuol ch’è morto, ond’io mi accoro»;
ed elli a lei rispondere: «Or aspetta
tanto ch’i’ torni»; e quella: «Segnor mio»,
come persona in cui dolor s’affretta,
«se tu non torni ?». Ed ei: «Chi fia dov’io,
la ti farà»; ed ella: «L’altrui bene
a te che fia, se ‘l tuo metti in oblio ?»;
ond’elli: «Or ti conforta; ch’ei convene
ch’ì solva il mio dovere anzi ch’i’ mova:
giustizia vuole e pietà mi ritene.
Nel penultimo rilievo a sinistra di chi guarda l’Arco di Costantino dal Colosseo, vi è infatti rappresentata una donna seduta in terra che tende il braccio destro con la mano aperta verso l’imperatore che l’ascolta. Dietro è un gruppo di soldati: due vessilliferi conducono i cavalli. Il bassorilievo è attribuito all’imperatore Traiano sulla base del fatto che la donna ha in mano per simbolo la ruota, come appare nel conio delle monete del 104-110 con la scritta all’esergo Via Traiana.
Per Dante l’episodio della donna che chiede giustizia all’imperatore Traiano per il figlio incolpato ingiustamente e come tale condannato a morte è un esempio di umiltà in quanto l’imperatore decide alla fine di dare udienza alla donna, consapevole che le motivazioni addotte da lei (una volta partito per la guerra chi le avrebbe assicurato che sarebbe stata fatta giustizia ?) erano realmente da prendere in considerazione.
Il canto XXVII dell’Inferno
Un altro episodio ancora testimonia l’accurata visita di Dante alla città di Roma. Questa volta siamo nel canto XXVII dell’Inferno, nella bolgia dei consiglieri fraudolenti dove Guido da Montefeltro è costretto a stare perché indotto da papa Bonifacio VIII a venire meno ai suoi voti (era infatti entrato nel convento francescano di Assisi) per combattere contro i Colonnesi.
Inizia al v. 94 il raffronto tra l’imperatore Costantino e papa Silvestro e tra Bonifacio e Guido, dove emerge la leggenda del battesimo romano di Costantino, la cui iconografia Dante deve aver ammirato in due luoghi differenti della città: nel fregio musivo del portico esterno sulla facciata orientale della Basilica di S. Giovanni in Laterano (fregio poi scomparso in seguito agli affreschi fatti eseguire da papa Urbano VIII introno al 1630) e negli affreschi, realizzati nel 1276, dell’oratorio di S. Silvestro presso il portico della Chiesa dei SS. Quattro Coronati, tuttora esistenti.
Ma come Costantini chiese Silvestro
d’entro Siratti a guerir de la lebbre,
così mi chiese questi per maestro
a guerir de la sua superba febbre;
domandandomi consiglio, e io tacetti
perché le sue parole parver ebbre.
Per guarire dalla lebbra i medici pagani consigliano l’imperatore di effettuare un bagno nel sangue innocente di bambini. Nella notte Costantino sogna che Dio gli ordina di mandare i suoi messi sul monte Soratte dall’eremita papa Silvestro con la richiesta di ricevere il sacramento. Così fa Costantino e papa Silvestro accoglie l’invito, va a Roma, battezza l’imperatore, che guarisce dalla lebbra e, come ricompensa per la guarigione, gli dona la città.
La similitudine ruota quindi intorno al fatto che Bonifacio è malato come l’imperatore (il primo nell’anima, il secondo nel corpo) e Guido da Montefeltro dovrebbe compiere l’azione di medico (maestro) e guarire Bonifacio come fece papa Silvestro nei confronti di Costantino.
L’esperienza di Roma segnò quindi l’animo di Dante sia nelle conseguenze che comportò il viaggio dal punto di vista politico e personale sia nelle impressioni storico-artistiche ricevute dalle iconografie analizzate e studiate a fondo quasi alla stregua di un visitatore del Settecento, ovvero al livello del Goethe di Italienische Reise.
Paola Puppo


