Abbiamo svariate rappresentazioni di San Valentino, forse a causa di una duplice identità: infatti portano codesto nome sia un sacerdote romano morto nel 268 d. C. sotto l’imperatore Claudio il Gotico, sia il vescovo di Terni, decapitato nel 273 d.C. durante la persecuzione di Aureliano. Entrambi ricordati dal Martirologio Romano: il 14 febbraio.
Molto probabilmente si tratta della stessa persona, in quanto combaciano sia il luogo della sepoltura che la vicenda del martirio. Oggi si è propensi a credere che si tratti del Vescovo di Terni venuto a Roma su invito del filosofo Cratone che aveva saputo delle sue doti di taumaturgo. Avendo Valentino guarito il figlio di Cratone, questi si fece battezzare insieme a tutta la sua famiglia.
La sua intera esistenza spesa in aiuto del prossimo, non solo curando le persone, ma soprattutto organizzando in segreto numerosi matrimoni cristiani, esplicitamente vietati a Roma durante l’impero di Claudio e poi di Aureliano, non giocò a suo favore, ma al contrario lo rese molesto agli occhi dei potenti che per questo motivo lo perseguitarono.
Secondo i racconti antichi, che mescolano storia e leggenda, la goccia che fece traboccare il vaso fu proprio la celebrazione delle nozze segrete tra la cristiana Serapia e il centurione romano Sabino. Il loro amore, contrastato dalle famiglie, fu benedetto dal Santo che officiò subito le nozze perché la giovane donna era malata e in procinto di morire e Sabino in nome del suo amore si era fatto battezzare abbracciando così la fede cristiana. Infatti, secondo la leggenda i due sposi morirono insieme proprio durante la cerimonia nuziale:
“…al momento della benedizione del Santo
essi vennero avvolti in un sonno che li unì per l’eternità..”

Un secondo documento più tardivo, risalente all’VIII secolo, il Passio Sancti Valentini, racconta invece alcuni dettagli della tortura e del martirio per decapitazione, avvenuta a Roma, alla presenza di tre cristiani accorsi a pregare sul suo corpo, Proculo, Efebo e Apollonio, e che poi riuscirono a recuperarne il corpo e a riportarlo a Terni. Cosa questa alquanto dubbia, poiché il culto a Terni in onore del Santo inizia con il ritrovamento delle reliquie avvenuta nel ‘600 e non prima. Mentre ha in Roma tradizioni antichissime, come è provato dall’esistenza del cimitero di S. Valentino sulla via Flaminia.
“Questa zona, ubicata tra il primo e il secondo miglio fuori dalle mura della città antica, fu occupata tra la fine del I e il IV secolo d.C. da un vasto complesso di sepolture, un cimitero con tombe e mausolei, alcuni dei quali scavati nella collina… e proprio qui, nel III secolo, venne sepolto il martire Valentino…”

Tra il 337 e il 352, vista l’importanza e la fama del santo, sarà il papa Giulio I a far costruire in loco la basilica romana «quae appellatur Valentini», che rimase in uso fino al XIII secolo, quando le reliquie furono traslate presso la basilica minore di Santa Prassede sull’Esquilino”. A ricordo di tutto ciò ancor oggi nella Basilica, presso la cappella di San Zenone, troviamo la rappresentazione a mosaico di San Valentino, mentre le reliquie furono riportate nella città natale del Santo, dove tutt’oggi sono custodite.

Anche se si ritiene che il suo teschio sia conservato in una teca di vetro nella Basilica di Santa Maria in Cosmedin a Roma, all’interno di una cripta risalente all’VIII secolo, e che venga esposto ai fedeli ogni 14 febbraio.

Ma allora da dove nasce il mito di San Valentino come “patrono degli innamorati”?
Semplice, si deve alla perspicacia di un papa: “Gelasio I”. Questi decise di sfruttarne la fama per contrastare una pratica pagana sempre più diffusa: quella dei riti lupercali, in uso presso Greci, Italici e Romani.

Tali riti ricorrevano il 15 febbraio in onore degli dei Pan, Fauno e Luperco ed erano legati alla fecondità: consistevano nel sacrificio di animali e nell’imbrattamento dei partecipanti – donne e uomini nudi – con il loro sangue. Con l’andare del tempo, però, tali riti divennero eccessivamente licenziosi, con tanto di processioni e amore libero, e per questo motivo il papa decise di abolirli, sostituendoli con una festa cristiana dedicata ai fidanzati prossimi a sposarsi. Si pensa che venne scelto Valentino proprio perché ebbe la capacità di proteggere i fidanzati e, incurante dei divieti imposti dagli imperatori romani, fu uno dei pochi vescovi che alla sua epoca ufficializzava le unioni fra fidanzati cristiani.
A seguito di ciò su di lui sorsero diverse leggende. Le più interessanti sono quelle che raccontano come il Santo, amante delle rose, le regalasse alle coppie di fidanzati per augurare loro un’unione felice.

Ad esempio: una ricorda di come, udendo il litigio di due fidanzati, offrì loro una rosa del suo giardino. Essi si riappacificarono e da allora si chiamò: la “rosa della riconciliazione”. Da qui l’uso da parte dei giovani fidanzati di donare le rose rosse alla propria amata nella ricorrenza della festa del Santo dell’Amore.

A diffonderne il culto in tutta Europa furono i Monaci Benedettini, custodi originari della Basilica dedicata al Santo a Terni. Addirittura nel ‘500 la festa era così partecipata che in Inghilterra nacque il tradizionale scambio di “valentini”, i famosissimi biglietti d’amore modellati a forma di cuore, colomba, Cupido…


Anche se la consacrazione di San Valentino come “santo dell’Amore” è da ascrivere indubbiamente a Geoffrey Chaucer, l’autore dei Racconti di Canterbury che alla fine del ‘300 scrisse – in onore delle nozze tra Riccardo II e Anna di Boemia – The Parliament of Fowls, (Il Parlamento degli Uccelli) un poema in 700 versi che associa Cupido a San Valentino, consacrandolo così definitivamente come “patrono degli Innamorati”.
Non mi resta che augurare tanto amore a tutte e a tutti!
Alessandra Antonucci


