S. Filippo Neri detto “Il Santo della Gioia e Il Giullare di Dio”

Romani Celebri

Questo Santo ha lasciato un’impronta indelebile nella memoria popolare dell’Urbe, è stato un esempio di carità e di accoglienza, oltre che educatore di vita. Quando arriva a Roma nel 1534 da Firenze, è come se una luce venisse accesa nel…

Aurea Roma

Questo Santo ha lasciato un’impronta indelebile nella memoria popolare dell’Urbe, è stato un esempio di carità e di accoglienza, oltre che educatore di vita.

Quando arriva a Roma nel 1534 da Firenze, è come se una luce venisse accesa nel buio della miseria che si annidava per la città. Di giorno, viso simpatico e cuore lieto che porta a chi incontra il calore di Dio, accompagnandolo se può con un pezzo di pane o con una carezza sulla fronte, dando conforto a chi si lamenta sui pagliericci dell’Ospedale degli Incurabili. Di notte, un’anima di fuoco perso in un dialogo talmente intimo con Dio che il suo letto può essere considerato senza dubbio il sagrato di una chiesa. Fu un “appassionato annunciatore della Parola di Dio”, e non solo, gli fu attribuito il dono di saper leggere nei cuori. Questo è stato il segreto che fece di lui un “cesellatore di anime”.

Sono però le vie della capitale e le decine di ragazzi abbandonati e sfruttati a convincere Filippo che la sua vita deve essere interamente votata al servizio dei giovani.

A San Filippo Neri si deve la lettura del giardino come strumento di elevazione a Dio, luogo ideale per la predicazione, fondato sui principi dell’evangelizzazione, conseguente a una visione del mondo fondata sulla gioia e sull’amore per la bellezza e per l’armonia. Sappiamo, infatti, che amava radunare i suoi “figliuoli spirituali” sul Gianicolo, presso Sant’Onofrio, in prossimità della quercia del Tasso.

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Platea horti annexi d. e vine, Theatri, ac vialis in d. Horto RR. PP. S. M. in Vallicella – La quercia del Tasso – ritrovo degli oratoriani di San Filippo Neri

Inoltre, tra le pratiche del Santo, risulta l’istituzione, fin dal 1552, del pellegrinaggio collettivo alle Sette Basiliche Romane, riproposto nella forma gioiosa di un carnevale spirituale, che terminava nel giardino di Villa Mattei, oggi Celimontana, dove, tra svaghi e preghiere, si consumava il pranzo a base di pane, salame, cacio, frutta, acqua fresca e buon vino. Al termine tutti si dirigevano verso l’obelisco per ascoltare la recita di un sermone fatta da un bambino e il successivo commento di padre Filippo; si trattava in pratica di un’originale forma di “oratorio all’aperto”, con gli esercizi spirituali che venivano di norma praticati sul Gianicolo.

Nacque così, senza un progetto preordinato, la “Congregazione dell’Oratorio”.

Alla sua morte, immediatamente, i Pontefici ed il popolo Romano lo definirono “Apostolo di Roma”, attribuendogli il titolo riservato a Pietro e Paolo, titolo che Roma non diede a nessun altro, tanto che ne ritroviamo testimonianza anche nel Magistero del Santo Padre Giovanni Paolo II, addirittura è esplicitamente citato con il suo nome, nella Bolla di indizione del Grande Giubileo del 2000.

La sua paternità spirituale, come ci ricorda papa Francesco: “traspare da tutto il suo agire, caratterizzato dalla fiducia nelle persone, dallo spirito di festosità e di gioia, dalla convinzione che la grazia non sopprime la natura, ma la sana, la irrobustisce e la perfeziona”.

Tanti artisti hanno cercato di far rivivere l’essenza di questo Santo attraverso la loro arte, ma secondo me quello che meglio ha saputo immedesimarsi con il suo spirito gioioso che lo ha reso il “Giullare di Dio” è stato il grande Gigi Proietti, nella miniserie televisiva italiana “Preferisco il Paradiso”.

Alessandra Antonucci