Nacque a Barcellona nel 290 d.C. e come molte fanciulle della sua epoca subì il martirio nel 303 d.C., durante la persecuzione di Diocleziano, all’età di tredici anni, perché si era rifiutata di rinnegare la sua fede cristiana. Secondo il martirologio, i soldati romani nei suoi confronti si accanirono in maniera disumana, tanto che subì ben 13 torture, alcune delle quali molto simili a quelle subite da un’altra fanciulla omonima morta a Mérida, ma allo stato attuale degli studi agiogràfici pare si tratti di una sola identica santa, e lo sdoppiamento sarebbe dovuto a due differenti racconti del loro martirio.
Il suo corpo, sepolto originariamente a Santa Maria de Les Arenes (oggi Santa Maria del Mar), verrà poi nel 713 nascosto durante la conquista araba della Spagna, per essere infine ritrovato solo nel 878. Dal 1339 sarà collocato in un sarcofago d’alabastro, scolpito da Lupo di Francesco, allievo di Giovanni Pisano, e posto nella cripta della nuova Cattedrale di Sant’Eulalia, dove tutt’oggi è venerata.

Sui vari lati del sarcofago, lo scultore, menziona le varie torture inflitte alla Santa, rendendo così visibile ogni giorno il ricordo della sua fede irriducibile in Cristo.
Ma cosa centra questa Santa con Roma?
Proprio per la sua fede incrollabile in Cristo, fin da subito è stata menzionata nel martirologio romano, poiché, come si tramanda, ancor giovane, non esitò a offrire la propria vita come testimonianza viva del suo “Credo”.
Ecco perché a Roma, nella chiesa di S. Maria di Monserrato degli Spagnoli, la prima cappella di sinistra è dedicata proprio a lei, ma soprattutto nella Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma è custodita una scultura del 1901, opera dello scultore Emilio Franceschi, che la rappresenta in maniera singolare.

Qui l’artista reinterpreta il racconto originario e delle varie torture menziona solo la crocefissione.
La martire, infatti, è raffigurata come un’adolescente legata alla croce, con il capo reclinato sulla spalla destra, il busto seminudo e le vesti che ricadono formando un lungo e ricco panneggio intorno alle gambe, che danno l’idea di una composizione armoniosa, ma priva di “patos”, cioè del dramma della morte. Ad emergere, infatti, sono la grazia e l’erotismo di un corpo seminudo, ma non la testimonianza di fede.. tanto che il Cecioni, scrisse:
“bella donna e bel panneggio, non è una vera martire morta… neanche a farlo con secondo fine, essa avrebbe potuto morire in una attitudine più graziosa”
Rimarcando così il fatto della “mancanza di verità” nella posa della fanciulla morente.
Una “Verità di Fede” che invece Eulalia aveva così forte tanto da spaventare i suoi aguzzini con un’unica semplice parola: «Credo».
Alessandra Antonucci


