Lord Byron e Roma attraverso, un’insolita chiave di lettura, mediata da uno sceneggiato (come si diceva allora) televisivo dei primi anni ‘70.
Il Segno del Comando.
“Esperienza indimenticabile – Luogo meraviglioso: piazza con rudere di tempio romano, chiesa rinascimentale, fontana con delfini, messaggero di pietra, musica celestiale, tenebrose presenze”.



A volte la casualità non manca d’effetto, di certe coincidenze, di certe notti dense di magia che però acquisiscono maggior potere quando vengono narrate…Alcuni racconti hanno ispirato scrittori prima che registi; diversi film rimangono nella memoria collettiva più di altri, dipende dell’emozione che hanno saputo creare. Questo è il caso dello sceneggiato “Il Segno del Comando”, ancora in voga dagli anni ’70 ad oggi, il romanzo si interseca con alcune date storiche, tramite la rievocazione della figura di Lord George Gordon Byron, che a distanza di circa due secoli, resta ancora viva per il suo valore simbolico portatore di svariati livelli di significato, partendo da un concetto di moralità diversa. L’amore per l’arte e la bellezza percorrono sentieri fino ad allora poco esplorati della magia.
Il poeta romantico fuori dal consueto va oltre i confini della letteratura, appartiene ad una élite intellettuale insieme ai poeti Percy Shelley e John Keats, le cui anime aleggiano ancora su Roma nei pressi della piramide Cestia e nel cimitero degli inglesi, mentre la statua di Byron svetta solitaria sul colle del Pincio nella pineta di Villa Borghese dal 1959, riproduzione esemplare modellata su quella che Thorvaldsen scolpì nel 1831 a Roma, oggi nella libreria del Trinity College di Cambridge. Il poeta siede su un tronco di colonna con una copia di Childe Harold’s Pilgrimage in mano, la civetta di Minerva da un lato e l’aquila di Giove dall’altro.
La curiosità si unisce alla memoria per condurci alla scoperta del mistero. L’Inghilterra vittoriana di fine Ottocento, apparentemente rigida e moralista, riconosceva in Lord Byron un personaggio paragonabile a un “eroe” nazionale, nonostante la sua condotta fosse ritenuta scandalosa per l’epoca. Incarnò un modello di artista ribelle e cosmopolita. Londra fu il centro attorno cui gravitò, luogo dove frequentò i migliori salotti come rispettabile lord inglese, e dove pubblicò le sue opere, ma la sua residenza è stata in Italia per i lunghi periodi durante il suo “Grand Tour”. Anche se la sua residenza fu a Roma soltanto ventidue giorni, dal 29 aprile al 20 maggio del 1817, tra via Condotti e via Borgognona, precisamente al civico 66 di piazza di Spagna, il suo soggiorno viene ricordato in maniera indelebile, come testimonia il basamento del monumento che sta là a sfidare il tempo, muto spettatore, come una rovina del passato. Per Byron, Roma è un frammento di storia antica, egli prova nostalgia per la grandiosa città Eterna che è irrimediabilmente perduta, ma che riesce a riesumare le sue glorie fra le rovine, ruderi, fontane con delfini e chiese rinascimentali.

“Oh Rome! my country! city of the soul! The orphans of the heart must turn to thee. Lone mother of dead empires! And control in theirshutbreaststheirpettymisery. What are ourwoes and sufferance? Come and see thecypress, hear the owl and plodyour way.O er steps of brokenthrones and temples. Ye! Whoseagonies are evils of a day- A world is a tour feet as fragile asourclay”.
Versi che in italiano potrebbero risuonare più o meno in questo modo: “Oh Roma! Mio paese natale! Gli orfani del cuore devono rivolgersi a te. Madre unica di morti imperi! E contempliamo nei loro petti chiusi la loro meschina miseria. Cosa sono i nostri dolori e le nostre sofferenze? Vieni a vedere il cipresso, ascolta la civetta e avanza a fatica sui gradini di troni e templi infranti. Voi! Le cui agonie sono i mali di un giorno. Un mondo è ai nostri piedi fragile come argilla”.
Ma forse non tutti i romani del XXI secolo conoscono questo personaggio che tanto ha amato Roma, se non fosse per il monumento a lui dedicato nella pineta di Villa Borghese. E molti di loro si chiederanno che cosa ci fa una civetta sulla base del monumento di Lord Byron e quali legami abbia sviluppato con Roma città Eterna, e con Minerva, antica divinità romana.
Sul lato destro del monumento dedicato a Lord Byron a Villa Borghese, si distingue la “Civetta di Atena“.
Durante una visita ai musei vaticani ho scoperto che il capo della bellissima Athena Giustiniani è sovrastato da un piccolo uccello: è una civetta. Che gli antichi romani fossero superstiziosi mi sembra sia ben noto a tutti, ma ho pensato fosse strano che volessero addirittura un uccello di cattivo augurio, il fatto mi è sembrato veramente singolare. Infatti con sorpresa, dopo una ulteriore visita all’Antiquarium Barberini di Castel Gandolfo, la mia curiosità mi portato ad un nuovo ritrovamento e finalmente ho scoperto che la civetta è di buon auspicio! Niente a che vedere quindi con quanto dichiarava Leonardo Sciascia nel suo romanzo “Il giorno della civetta”, ma questa sarà un’altra storia.


Nell’antica mitologia greca Atena (Minerva per i Romani) teneva sulla sua spalla una civetta, come simbolo di preveggenza e rivelatrice di verità, personificazione di saggezza e conoscenza. In alcune versioni si dice che la civetta potesse illuminare il “lato cieco” della dea, permettendole di vedere tutte le verità, anche quelle nascoste. Non teme l’ombra, perché nell’ombra sa riconoscere la verità. La sigla “AOE”, Alethia Orno Eternia, sta a significare “Verità, onore, eternità”. La luna rappresenta la notte, poiché la civetta è un animale notturno, ma ha il potere di spezzare maledizioni e sortilegi, di allontanare le influenze maligne.
Athena, alla cui statua si attribuivano poteri magici, raffigurata attorniata dai suoi simboli sacri come la civetta, è assimilata a Minerva. La dea romana faceva parte della Triade capitolina venerata nel tempio di Giove Ottimo Massimo, il più sacro del mondo romano.Già dalle più antiche raffigurazioni Minerva, come Atena, veniva rappresentata attorniata dai suoi simboli sacri, tra cui una civetta appollaiata sulla testa. Lo stesso nome scientifico dell’animale, Athene Noctua, rimanda al nome greco della divinità. Anche l’ulivo, albero sacro ad Atena, è considerato sacro a Roma dai tempi della sua fondazione, e nel caso fosse morto precocemente, sarebbe stato considerato segno di sventura.
Ancora oggi tutti gli studenti dell’Università di Roma “La Sapienza”conoscono quanto sia importante la statua della Minerva, posta al centro della città universitaria: secondo una leggenda moderna, tramandata ormai da diverse generazioni di studenti, è buona norma non guardare la statua, almeno fino al conseguimento della laurea.

Dall’inizio degli anni 2000 e ancora oggi, sulla moneta greca da un euro è rappresentata la Civetta di Minerva, simbolo di saggezza e animale a lei consacrato, mantenendo l’antica simbologia di conoscenza profonda, intuizione lucida e capacità di vedere oltre l’apparenza. Viene definita con un termine greco Glaukopis, epiteto cantato da Omero, tradotto come “sguardo scintillante”, composto da glauco (γλαύκος) lucente e ops (ώψ)occhio, ma il termine glaux (γλαύξ) significa anche civetta. Il rapace notturno è dotato di particolari occhi capaci, è capace di vedere nell’oscurità e rappresenta il fuoco della mente vigile, lo sguardo che scruta il mistero, che osserva nel silenzio e comprende ciò che agli altri sfugge.
La Civetta si lega anche allo storico sceneggiato della Rai tv, del lontano 1971 “il segno del Comando”, fiction divenuta oggi un cult da almeno due generazioni; da simbolo di Sapienza e talismano della Visione Interiore nello sceneggiato, la civetta diviene emblema della trasformazione alchemica, dagli antichi emblemata apprezzati in epoca rinascimentale.

Forster, il protagonista del “Il Segno del comando” legge un passo tre le pagine del segreto diario di Byron, si dice che in una casa affacciata sulla piazza descritta da Byron, viveva due secoli prima un grande maestro di negromanzia, che possedeva il tremendo potere di cancellare il confine tra la vita e la morte, tramite segreti rituali alchemici.
Testuale citazione e chiave di lettura dallo sceneggiato:“21 Aprile – Notte – ore 11,00 – Esperienza indimenticabile – Luogo meraviglioso: piazza con rudere di tempio romano, chiesa rinascimentale, fontana con delfini, messaggero di pietra, musica celestiale, tenebrose presenze”.
L’autore è convinto che Byron avesse vissuto un’esperienza straordinaria in quella notte, descritta come terribile, immaginando che fosse stato scoperchiato l’inferno. Del resto il poeta inglese era appassionato di occultismo e ultraterreno e probabilmente è entrato in una dimensione ignota, dove si rivelano verità che non tutti possono di scoprire.
E continua lo sceneggiato: tra le opere di pittori minori si viene a scoprire una fantasia architettonica su motivi di ruderi romani del fantomatico pittore Marco Tagliaferri. Questo accende l’interesse del protagonista Forster, studioso inviato dall’Università di Cambridge per una conferenza, che scopre l’esistenza un discendente di questo pittore vissuto cento anni prima. Dalla decifrazione del diario di Byron, si chiedono agli spettatori risposte non solo letterarie, ad ognuno è lasciata la scelta di seguire la propria Verità seconda la Sapienza tanto cara ad Atena.

Nel silenzio della notte, quando il velo tra i mondi si assottiglia, è la Civetta che veglia offrendo la sua protezione, ma solo a chi ne è predestinato…. Questa è una delle tematiche principali dello sceneggiato, ma anche una funzione del monumento che pone Byron in relazione con i passanti, una relazione emotiva che tra passato e presente come quella in cui si trovano gli spettatori del romanzo gotico, che punta direttamente al rapporto con l’occulto.
Orietta Granata
Le foto contenute all’interno dell’articolo sono state scattate da Orietta Granata
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