Alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea (GNAM) di Roma troviamo esposto un dipinto molto interessante, ma forse poco noto: “International Klein Blue 199” (1958) di Yves Klein. Secondo l’artista, quest’opera mostra “il colore perfetto”, così come lo aveva definito dopo anni di ricerche.

Questa tonalità di colore era per Klein l’unico blu in grado di rappresentare la spiritualità del pensiero creativo, la sensibilità extradimensionale. Yves Klein inventa il blu Klein e lo brevetta. Il blu Klein (o International Klein Blue) è «la più perfetta espressione del blu», un blu che doveva unificare il cielo e la terra e dissolvere il piano dell’orizzonte.
Il blu, colore della spiritualità
Per l’artista e teorico dell’arte Wassily Kandinsky, il blu è il colore della spiritualità profonda, dell’infinito e di una quiete interiore che richiama l’anima verso il trascendente. A differenza degli altri colori, il blu compie un movimento che porta lo spirito verso l’interno (Lo spirituale nell’arte, 1911).
Il blu oltremare, un pigmento prezioso
Fino all’Ottocento il colore blu era abbastanza raro e prezioso: si usava più diffusamente l’azzurrite, meno costosa ma meno intensa. Il blu oltremare era il più prezioso in assoluto per la tonalità profonda e luminosa ottenuta dalla polvere di lapislazzuli; era considerato insuperabile e talvolta impreziosito da raffinate decorazioni in oro.
Il blu “oltremare” era così chiamato dai Veneziani, che lo importavano dall’Afghanistan attraverso un lungo viaggio per mare. Era un lusso, come dimostrano i contratti rinascimentali tra i pittori e i ricchi committenti, che si impegnavano a pagare questo pigmento a parte. Costoso e sacro, veniva usato solo per rappresentare il divino.
Una sacralità millenaria
La sacralità del colore blu ha una storia millenaria: prediletto dagli Egizi come colore degli dèi, nella tradizione cinese rappresenta l’immortalità, mentre il misticismo degli antichi Maya identifica nel colore blu-verde il centro dell’universo. Il blu è anche associato al mondo dell’introspezione e all’intuizione spirituale; viene utilizzato in cromoterapia per portare tranquillità e serenità ed è legato al chakra della gola, collegato alla capacità di comunicare.
Simbolo di armonia e di equilibrio, possiamo sperimentare direttamente l’effetto del blu entrando nel Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna: interamente rivestito di mosaici in tessere di pasta vitrea, ci immerge nel colore blu punteggiato di stelle d’oro, come dentro la volta celeste. Il monumento, realizzato intorno al 450 d.C. e dedicato all’imperatrice Galla Placidia, con i suoi blu intensi evoca l’eternità.
Il blu nell’arte sacra: dal Pantocrator a Giotto
Fin dal Medioevo il blu, simbolo di sacralità, viene riservato soprattutto alla figura del Cristo e al manto della Vergine, determinandone la connotazione iconografica. Tra tutti possiamo citare uno splendido esempio: la figura del Cristo Pantocrator, “sovrano di tutte le cose”, del 1174. Avvolto in un mantello di colore blu intenso secondo i modelli classici bizantini, il Cristo è rappresentato in atteggiamento maestoso su fondo d’oro puro, in atto di benedire.
Giotto, nel 1305, nella Cappella degli Scrovegni a Padova, ebbe la fortuna di usare un materiale più costoso dell’oro grazie alla ricchezza del committente: il lapislazzuli. Sono trascorsi oltre 700 anni e la volta, affrescata come un cielo stellato, brilla come allora, donando un effetto di profondità che nessun altro pigmento avrebbe potuto raggiungere.
Il Pantheon e la volta celeste
Noi che siamo a Roma possiamo vivere un’esperienza eccezionale, da non perdere: entrare nel Pantheon così come fu concepito in origine, nella sua allusione al cosmo. La cupola rappresenta la volta celeste, con un oculo centrale che simboleggia il sole e la luce divina, e tutto era reso magico dal colore blu.

La volta emisferica a cassettoni si apre verso il cielo con un’ampia apertura circolare di circa 9 metri di diametro, rimasta sostanzialmente intatta. In origine la volta era dipinta di blu e decorata con stelle in bronzo dorato. Attraverso la luce si crea un’atmosfera celeste, esaltata soprattutto al crepuscolo, nel momento di maggiore contrasto tra il cielo reale e la volta dipinta.
I capolavori del blu oltremare
Molti capolavori ci offrono mirabili esempi dell’uso del blu oltremare, come l’Annunziata di Antonello da Messina, a Palermo, che ci affascina per il suo particolare magnetismo, o il famoso dipinto “Ragazza con l’orecchino di perla” di Vermeer, che custodisce il segreto della tecnica usata dai pittori fiamminghi per ottenere luminosità e brillantezza. Anche Tiziano ne fece largo uso nelle grandi tele, come nel Bacco e Arianna conservato a Londra.

Il blu della Cappella Sistina, da Piermatteo d’Amelia a Michelangelo
Sul soffitto a volta della Cappella Sistina, Piermatteo d’Amelia dipinse un cielo azzurro oltremare punteggiato di stelle d’oro zecchino, un motivo iconografico classico molto diffuso nel Medioevo e nel primo Rinascimento. Grazie alla committenza di Sisto IV della Rovere, la volta era splendente di blu oltremare, come mostrano oggi alcuni disegni dell’epoca.

La decorazione andò distrutta nel 1508, quando papa Giulio II della Rovere incaricò Michelangelo di realizzare i nuovi affreschi. Michelangelo dovette intervenire con fondi propri e adoperare la meno costosa azzurrite. Quando dipinse il Giudizio Universale, circa trent’anni dopo, poté invece disporre del più costoso lapislazzuli, perché le spese erano a carico del papa committente, Clemente VII (Giulio de’ Medici), che gli aveva affidato l’incarico nel 1533.
Il blu sintetico e la rivoluzione del colore
Poi, nel 1828, la chimica cambiò il corso della storia dell’arte, trovando la formula sintetica del blu e rendendolo accessibile a prezzi di mercato. La sua diffusione su larga scala arrivò però solo alla fine dell’Ottocento, quando il fervore culturale parigino portò tanti artisti a indagare il modo in cui le tonalità accostate potessero esaltarsi a vicenda, partendo da basi scientifiche come le teorie del colore di Eugène Chevreul.
Possiamo ammirarne il risultato confrontando alcune opere del Divisionismo italiano esposte alla GNAM con quelle dei pointillistes francesi. La differenza è evidente: usano la stessa tecnica del colore diviso, ma con esiti diversi, grazie ai nuovi colori sintetici, puri e brillanti. Dipingendo sulle rive della Senna, i francesi riuscirono a rendere la trasparenza dell’acqua e a catturare i riflessi della luce proprio grazie al blu oltremare di sintesi.

Chi era Yves Klein
Ma torniamo al nostro quadro esposto alla GNAM: chi è Yves Klein, il creatore del famoso blu? È un artista francese che si avvicinò alla pittura dopo un percorso formativo atipico, scomparso ancora giovane nel 1962. La sua ricerca è finalizzata allo studio e all’utilizzo dei singoli pigmenti puri, in modo che il colore non perdesse luminosità una volta unito a un legante. Non per puro gusto estetico, ma sulla base dell’idea di una corrispondenza con la dimensione umana. Si concentrò sulla creazione di nuove tonalità che potessero esprimere la vera essenza del colore: per lui non era sufficiente ottenere un nuovo colore miscelando nuance esistenti come il blu cobalto, il suo obiettivo era piuttosto creare una tonalità da zero.
Molte delle sue opere furono semplici tele monocrome, prodotte in modo ossessivo nella ricerca di pigmenti puri che, uniti ai leganti, non perdessero luminosità. Nel 1955 trovò l’elemento mancante in un prodotto chimico, il fissativo chiamato Rhodopas, grazie al quale il colore acquistava vita propria e si avvicinava alla natura umana.
Le sperimentazioni andarono avanti a lungo e l’artista iniziò a concentrarsi su una delle tonalità più difficili da realizzare: il blu. Grazie alla collaborazione di alcuni chimici, nel 1956 Yves Klein riuscì a ottenere una tonalità di blu oltremare molto intensa, liquida e vellutata, nella quale poteva finalmente vedere la sintesi tra cielo e terra.
Le Antropometrie e il Nouveau Réalisme
Yves Klein fu anche un precursore della body art con le sue “Antropometrie”: l’artista chiedeva alle modelle di intingere il proprio corpo nel suo blu e di lasciare la loro impronta sulla tela, come pennelli umani. Applicò il blu Klein anche a varie sculture, realizzate immergendo delle spugne nel pigmento.
Contribuì alla nascita della performance art e fondò il Nouveau Réalisme insieme al critico d’arte Pierre Restany, con la partecipazione di Arman, in risposta alla Pop Art statunitense: una forma di “arte concettuale” di denuncia ironica e provocatoria del consumismo di massa.
Il significato del blu Klein
Il blu Klein, quindi, è una particolare tonalità “creata” dall’artista, che custodisce una capacità evocativa verso l’infinito e l’immateriale, in grado di trasmettere una dimensione spirituale e metafisica, tra la realtà concreta e l’astrazione. In questo modo il blu non è solo un colore, ma una qualità sensoriale, un’esperienza viva capace di trasformare la percezione dello spazio.
La controparte del blu è il bianco, che rimanda al vuoto, eliminando le dimensioni. La ricerca di Klein culmina nel suo blu, che rappresenta un ponte tra la terra e il cielo: lo stesso scopo per cui era stato concepito il Pantheon di Roma.
Come nella concezione antroposofica di Rudolf Steiner, descritta in “L’essenza dei colori” (1921-1924), il colore blu rappresenta lo splendore dell’anima, il raccoglimento. Basandosi sulla teoria dei colori di Goethe, Steiner non considera il colore un mero fatto fisico, ma una manifestazione spirituale e vivente che suscita specifici movimenti interiori: il significato archetipico del blu risiede nella forza centripeta della concentrazione. Proviamo a immaginare un punto di luce centrale che gradualmente diventa blu scuro verso l’esterno, con un movimento curvilineo. Una luce che si effonde nell’oscurità del blu, il quale avvolge gentilmente la sfera animica come una limpida luce nell’immensità.
Orietta Granata

